• Articolo Nairobi, 22 marzo 2016
  • Rapporto ONU per il World Water Day

    Acqua: l’aumento della domanda apre le porte a una crisi globale

  • Quasi il 50% della popolazione mondiale soffrirà un grave stress idrico entro il 2030 se non riduciamo consumo e inquinamento dell’acqua

Acqua verso la crisi globale per l'aumento della domanda

 

(Rinnovabili.it) – Se non riduciamo gli attuali livelli di consumo e inquinamento dell’acqua, quasi la metà della popolazione mondiale soffrirà di grave stress idrico entro il 2030. Lo rivela un nuovo rapporto dell’IRP, il Panel internazionale sulle risorse che opera in seno al Programma ambientale dell’ONU (UNEP), rilasciato in occasione della Giornata mondiale dell’Acqua. La ricorrenza, stabilita dalle Nazioni Unite nel 1992, è prevista nell’ambito delle direttive dell’agenda 21, risultato della conferenza di Rio.

Il rapporto rivela preoccupazioni per l’atteso drastico aumento della domanda di oro blu a causa dei trend di aumento della popolazione, dell’urbanizzazione e di fattori chiave come i cambiamenti climatici. Le tendenze attuali, se proseguiranno senza mutamenti, porteranno la domanda di acqua a crescere del 283% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005, fino ad eccedere l’offerta del 40%. I governi saranno costretti a spendere 200 miliardi di dollari all’anno per garantire l’approvvigionamento, contro una media di 40-45 miliardi. Questo perché le forme più economiche di rifornimento non saranno più disponibili.

 

Uso dell’acqua e crescita non vanno d’accordo

Acqua verso la crisi globale per l'aumento della domanda 2Achim Steiner, direttore esecutivo dell’UNEP, ha dichiarato che l’accesso all’acqua potabile «è una pietra angolare dello sviluppo sostenibile». Più diventa complesso ottenere questa risorsa fondamentale, più i poveri del mondo «devono impiegare gran parte del loro reddito disponibile per acquistarla». Lo sforzo in questa direzione sottrae energie e budget alle politiche per lo sviluppo e, «dal momento che lo 0,5% dell’acqua dolce del pianeta è disponibile per soddisfare le esigenze dell’umanità e degli ecosistemi, sarà necessario fare di più e meglio con meno se vogliamo garantire un ambiente sano, popolazioni sane e sviluppo economico».

Gli esperti sostengono che se abbiamo intenzione di scongiurare la crisi incombente, devono aumentare gli sforzi per disaccoppiare l’utilizzo dell’acqua dalla crescita economica.

Per adesso, i dati rivelano che il settore agricolo consuma il 70% del prelievo mondiale di acqua dolce. Con un aumento della popolazione che ormai dà per certo lo sforamento della soglia dei 9 miliardi di persone entro il 2050, è facile immaginare che l’agricoltura eserciterà una pressione sempre crescente sulle risorse idriche.

 

Basta sprechi e grandi opere 

La prima risposta, secondo il rapporto dell’IRP, sta nella riduzione degli sprechi. Nei centri urbani di tutto il mondo, circa 100-120 miliardi di metri cubi d’acqua potrebbero essere risparmiati nel 2030, riducendo le perdite nel settore commerciale, residenziale e pubblico.

Vi è poi un’altra conclusione di rilievo: i governi devono abbandonare la tendenza a investire pesantemente in mega-progetti come dighe, canali, acquedotti, condutture e serbatoi artificiali. A parte poche eccezioni, queste soluzioni sono inefficienti e non sostenibili per l’ambiente e l’economia.

Il modo più conveniente per i governi al fine di svincolare l’uso di acqua dalla crescita economica, secondo gli esperti, è creare piani di gestione delle acque olistici, che tengano conto dell’intero ciclo dell’acqua, dalla sorgente alla distribuzione, al trattamento, riciclo, riutilizzo e reimmissione nell’ambiente.

Un Commento

  1. ritamir
    Posted marzo 22, 2016 at 11:38 am

    Quindi, secondo l’ IRP, se una nazione assetata mette in cantiere un dissalatore a energia rinnovabile e porta l’acqua (almeno per usi agricoli) dove serve con un acquedotto ad hoc, sarebbe sbagliato? E come si dovrebbe fare, nelle zone aride, dove l’acqua NON C’E’, a “risparmiare” l’acqua?
    A me sembrano idiozie megagalattiche, ma io non faccio parte dell’IRP: quelli, come minimo, sono scienziati pagati bene.

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