• Articolo Roma, 5 ottobre 2011
  • Agricoltura e clima, un rapporto a tutto tondo

  • Il Libro bianco curato dal Mipaaf esamina i rapporti tra cambiamenti climatici e sviluppo rurale

Il clima della Terra sta cambiando, è possibile dimostrarlo esaminando per esempio le temperature e le precipitazioni registrate negli ultimi vent’anni e confrontandole con quelle dei trent’anni precedenti. Per l’Emilia-Romagna questo lavoro è stato fatto e ne risultano temperature in aumento di oltre un grado e precipitazioni in calo, soprattutto sui monti e in tutte le stagioni salvo l’autunno. Il fenomeno cui stiamo assistendo con ottima probabilità è da ricollegare alle attività umane, in particolare a quelle attività che comportano la combustione di grandi quantità di sostanze fossili, come la produzione di energia elettrica oppure i trasporti su strada. Bruciare carbone, gas e petrolio inevitabilmente genera emissioni di anidride carbonica, che tende ad accumularsi in atmosfera in concentrazioni crescenti. Questo gas interferisce con i normali processi climatici rallentando il raffreddamento della superficie terrestre e generando di conseguenza un incremento generale delle temperature, oltre ad altri cambiamenti, per esempio nei regimi delle piogge. L’anidride carbonica non è l’unico “gas serra” di origine umana, c’è il metano, che si libera per esempio dalle grandi discariche di rifiuti che fiancheggiano molte metropoli (Roma com’è noto ha la più grande discarica di rifiuti d’Europa!), ma anche dalle risaie e dagli apparati digestivi dei ruminanti. Poi c’è il protossido di azoto, molto meno conosciuto e quasi tutto di origine agricola, in particolare a causa di concimazioni spesso eccessive, che conducono alla dispersione di azoto nell’ambiente. Le emissioni si conteggiano come milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente, unità che d’ora in avanti abbrevieremo come Mt.

Nei prossimi decenni i segnali di cambiamento climatico (cc) continueranno a manifestarsi e i climatologi che lavorano per le Nazioni Unite prevedono aumenti delle temperature globali compresi tra due e sei gradi. Quale di questi scenari si avvererà dipende in larga misura dall’efficacia degli sforzi di mitigazione messi in campo per ridurre o eliminare del tutto le emissioni di gas serra. Nel caso si riesca a invertire la rotta e ad impedire ulteriori accumuli di gas serra in atmosfera allora dovrebbe realizzarsi lo scenario più ottimistico, se invece questi sforzi risultassero vani e tutto andasse avanti come ora il mondo che lasceremo ai nostri nipoti potrebbe essere di sei gradi più caldo rispetto a quello attuale, e davvero complicato da gestire, forse impossibile. In ogni caso il clima continuerà a cambiare ed è necessario affrontare la situazione in modo razionale, con processi di adattamento a medio e lungo termine.

In questo quadro si è svolta a Roma lo scorso 20 settembre 2011 la presentazione del Libro Bianco “Sfide ed opportunità dello sviluppo rurale per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici” prodotto in collaborazione tra Mipaaf, Inea, Ismea, Cra e altri numerosi soggetti scientifici e operativi, tra cui Arpa Emilia-Romagna. Il libro per ora è disponibile come file pdf ma verrà presto stampato a cura di Ismea.

Durante il suo intervento introduttivo Riccardo Valentini, università di Viterbo, ha presentato dati scientifici sulle emissioni globali di gas serra, di cui l’agricoltura globale complessivamente emette circa il 15% del totale. Il ruolo dell’agricoltura italiana in questa partita è comunque inferiore rispetto a quello di altri paesi (secondo Ispra, solo il 7% delle emissioni serra nazionali – che totalizzano ca. 490 Mt – sono di origine agricola) ma potrebbe comunque essere notevole se si puntasse alla mitigazione (diminuzione delle emissioni). Tanto per fare un esempio un chilogrammo di pomodoro prodotto in serra può arrivare ad emettere ben tre kg di anidride carbonica contro i cinquanta grammi di quello prodotto in campo. L’Italia non ha in passato (protocollo di Kyoto) inserito l’agricoltura tra i settori con possibilità di acquisire crediti di carbonio, Valentini sostiene però la necessità di rivedere questa posizione. Per la mitigazione in agricoltura bisogna implementare tecnologie e innovazione nella direzione della sostenibilità, il libro bianco tenta di conteggiare gli effetti delle pratiche, il cui potenziale potrebbe essere di 6 Mt. A titolo di paragone le foreste italiane “valgono” in questo senso 16,5 Mt ma in un prossimo futuro potrebbero arrivare a stoccarne 22, agendo opportunamente su classi di età e prelievi.

Camillo Zaccarini dell’Ismea ha invece trattato di strategia europea clima-energia (il cosiddetto pacchetto 202020) e di Pac sottolineando come i trattati di Lisbona prevedano la questione climatica come assolutamente importante e trasversale. Nella riforma della Pac in effetti si parla della mitigazione e adattamento e proprio questo mese saranno rese pubbliche le proposte di miglioramento in discussione fino al 2012, mentre dal 2013 si attueranno i piani di sviluppo nazionali. I tre diversi “pilastri” in cui sarà articolata la Pac hanno tutti ampio spazio per misure tese sia alla mitigazione che all’adattamento, resta comunque chiara la necessità di una strategia nazionale per il clima di qui al 2020.

Guido Bonati dell’Inea ha rimarcato il ruolo dell’adattamento, in quanto l’Italia secondo tutte le proiezioni disponibili sarà molto soggetta agli impatti dei cc insieme al resto del Mediterraneo. Non è così per tutti i paesi europei, anzi alcuni si attendono vantaggi dal riscaldamento (per esempio la Svezia, che sta cambiando le essenze forestali per approfittare della nuova situazione termica). In Italia la sensibilità al riscaldamento climatico è acuita dalle piccole dimensioni aziendali e anche se l’agricoltura nei secoli è abituata al cambiamento ma per la portata che hanno i fenomeni attuali richiedono un adattamento costante e anticipato. Comunque anche in Italia i cambiamenti del clima potrebbero costituire una opportunità e non solo una minaccia. In generale l’adattamento costa, assumendo una linea di base senza cc bisogna valutare i danni potenziali senza adattamento, e i costi dell’adattamento devono servire a diminuire drasticamente questi impatti e i danni connessi. è necessario combinare politiche di mitigazione e adattamento, e il clima deve entrare in tutte e politiche nazionali, ricollegandosi a quelle internazionali. Noi europei diamo per scontato che l’azione verso l’adattamento agricolo sia pubblica, c’è però dibattito in sede Ocse dove gli Usa sostengono che sono i soggetti privati opportunamente informati che devono scegliere come adattarsi. In ogni caso le politiche devono aiutare i diversi aspetti deboli (sociali, economici e naturali) e potenziare l’adattabilità rurale. Bonati ha anche proposto di compensare gli agricoltori per le attività di mitigazione portando l’esempio del Portogallo, dove c’è un sistema di riconoscimento di crediti di carbonio, mentre in Australia c’è la Carbon farming initiative (gli australiani hanno però il 23% di emissioni di origine agricola). Nel commentare questa relazione Ammassari del Mipaaf, ha riferito delle impressionanti politiche di adattamento in corso di sviluppo in Olanda, suggerendo che anche noi dovremmo fare lo stesso.

Domenico Vento, ex direttore dell’Ucea e responsabile del progetto scientifico Agroscenari, e Raffaele Dono economista agrario della Tuscia, oltre a raccomandare le attività di ricerca multidisciplinare con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati hanno evidenziato che la sfida di Agroscenari è quella di mettere insieme le scale temporali climatologiche di lungo periodo con quelle dell’economia agraria che invece sono più brevi, scorporando la normale variabilità climatica dai segnali di lungo periodo. Entro dieci o vent’anni le tecnologie e le filiere sono destinate a cambiare drasticamente o anche a scomparire come è già accaduto nel recente passato, se andiamo troppo avanti con le proiezioni climatiche rischiamo di avere delle distorsioni, poi c’è un problema politico che ha respiro di breve termine e che è basato sul cofinanziamento (le imprese cofinanziano solo soluzioni che ritengono valide). I cambiamenti devono essere percepiti come già in atto e rilevanti per generare interesse e cofinanziamento su misure di adattamento al cc. Agroscenari sta cercando di valutare proprio questo tipo di situazioni, che già stanno creando svantaggi importanti per come impattano sulle tipologie territoriali. I modelli da usare in questi casi sono bioeconomici e rappresentano l’azione in condizioni di incertezza, con contromisure che costano tanto più quanto aumenta l’incertezza. I cc stanno aumentando la variabilità dei regimi climatici e termopluviometrici e stanno accrescendo il costo di prendere contromisure nella gestione delle imprese. Le politiche di adattamento devono aumentare l’efficienza delle imprese e questo va a beneficio della resilienza, i margini di miglioramento ci sono e sono enormi non solo nelle aziende piccole ma anche in quelle grandi. In questo senso assistenza tecnica (per esempio come audit aziendale) e formazione degli agricoltori sono elementi da fornire assolutamente.

Per quanto riguarda la zootecnia, argomento trattato da Alessandro Nardone, UniTuscia, la mitigazione delle emissioni si gioca sull’alimentazione per il contenimento del metano, gestione delle deiezioni (la cui copertura può eliminare il 100% delle emissioni) e gestione della mandria (con selezione sui caratteri di fertilità, longevità e metanogenesi). L’adattamento prevede il miglioramento delle stalle con ventilazione e raffrescamento, razione alimentare, selezione di animali che sopportano meglio il caldo, sistemi previsionali di allerta delle ondate di calore. Intervenendo su una minoranza di grandi allevamenti si riesce a intercettare una grossissima percentuale delle emissioni (fino all’85%). Classificare gli allevamenti in termini di emissioni e fare un albo degli allevatori “virtuosi” può essere un forte stimolo al miglioramento degli altri. E bene sapere che emettendo metano una sola vacca da latte genera l’equivalente di 3,3 tonnellate equivalenti di CO2 ogni anno (se fa 25 litri di latte al giorno sono 360 g/litro).

Il prof. Santilocchi, università di Ancona, ha parlato di tecniche agronomiche conservative, finanziate con 400 euro/ha in Veneto, che prevedono la copertura perenne del suolo con colture o residui colturali in superficie per proteggere il terreno e favorire il ritorno dei lombrichi, con opportuni avvicendamenti colturali, semine senza lavorazioni di qualunque genere o lavorazione minima fino a 20-30 cm senza rivoltare il suolo, con recupero della stratificazione naturale del terreno e inerbimenti delle colture arboree. I vantaggi ambientali sono minore erosione, maggiore ritenzione d’acqua, aumento della sostanza organica, minore evaporazione (effetto pacciamante), minore crepacciatura dei suoli argillosi, minore lisciviazione di inquinanti. Vantaggi economici per risparmi di carburante, minore usura delle attrezzature. Servono però attrezzature speciali, la gestione delle infestanti più complessa, almeno inizialmente, con un periodo di transizione di un quinquennio, se non si rovescia più il suolo ad ogni modo la pressione delle infestanti tende a diminuire.

L’agricoltura quindi può e deve fare molto in questo quadro, da una parte migliorando l’uso delle risorse, terra acqua energia e concime devono essere usate in maniera conservativa e più efficiente (meno risorse per unità di prodotto) puntando alla diminuzione delle emissioni di gas serra e selezionando varietà e colture che meglio si adattino alle prevedibili nuove condizioni climatiche (più calore e meno acqua a disposizione, maggiore variabilità climatica). Un robusto sistema di assistenza tecnica che tenda a sostenere questi sforzi è altresì essenziale, un sistema nel quale l’agrometeorologia gioca un ruolo sempre più evidente. (di Vittorio Marletto, Arpa Emilia-Romagna e pianetaserra.wordpress.com)