• Articolo Roma, 22 maggio 2019
  • Agroecologia e sostenibilità, chiavi per la salute del pianeta

  • È possibile per i sistemi agricolo e zootecnico percorrere la strada della sostenibilità? Se una parte del mondo sta acquisendo una spiccata coscienza ambientale e sta provando a cambiare stile di vita, ce n’è un’altra che è ancora molto lontana da questa consapevolezza. La risposta può essere nell’agroecologia?

 

agroecologia

Credit: FAO

 

 

(Rinnovabili.it) – L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile ha ormai accertato l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo sul piano ambientale, economico e sociale. Quale può essere il nuovo modello? L’agroecologia può essere una delle risposte?

Il dibattito sul biologico resta aperto: è vero che rispetta l’ambiente e tutela la biodiversità, ma ha una resa inferiore rispetto all’agricoltura convenzionale e i prodotti sono più costosi.  Nel frattempo il fabbisogno cresce perché la popolazione mondiale aumenta, soprattutto nei paesi in via di sviluppo: secondo la FAO nel 2050 saremo circa 9 miliardi.

 

È importante fare una valutazione senza integralismi, ma non è facile perché le opinioni sono fortemente contrastanti e apparentemente tutte condivisibili. La carne è nel mirino, e non mancano episodi gravi com’è accaduto in Francia, dove estremisti  vegani hanno addirittura compiuto attentati alle macellerie. Dal punto di vista nutrizionale un consumo eccessivo di carne nuoce alla salute, ma un consumo moderato rientra in una dieta bilanciata; dal punto di vista ambientale gli allevamenti intensivi sono responsabili di imponenti emissioni di CO2. È sotto accusa anche l’agricoltura tradizionale per l’uso di fitofarmaci (prodotti usati per prevenire o curare infezioni sui vegetali).

 

La prima domanda che dobbiamo porci è: una transizione del sistema di produzione agricolo e zootecnico verso la sostenibilità è possibile, e a quale prezzo? Secondo la ricerca An agroecological Europe in 2050: multifunctional agriculture for healthy eating pubblicata dall’IDDRI (in “IDDRI Study” n. 9, 18 settembre 2018) questa transizione più che possibile è indispensabile, ma comporta una drastica correzione dei nostri stili di vita.

 

La seconda domanda è: la produttività dell’agricoltura biologica sarà sufficiente ed economicamente accessibile? Attualmente solo l’agricoltura convenzionale garantisce quantità e prezzi ragionevoli, ma facendo ricorso alla chimica. La produzione di cereali dovrà aumentare non solo per sfamare le persone, ma anche per nutrire il bestiame in paesi molto popolosi che stanno virando verso una dieta ricca di proteine animali (come avviene ad esempio in Cina e India).

 

Il calo produttivo è consistente: il frumento di coltivazione bio, ad esempio, produce circa il 30% in meno rispetto a quello convenzionale. Allora per produrre di più bisognerebbe deforestare per aumentare le superfici coltivabili? Nei paesi in via di sviluppo, inoltre, bisogna fare i conti con il land grabbing, ovvero con l’accaparramento di terreni coltivabili da parte di imprese transnazionali, governi stranieri o soggetti privati a discapito delle popolazioni locali. Secondo Oxfam il fenomeno si è acuito dal 2008 con la crisi dei prezzi agricoli, lasciando intere popolazioni senza terreno per coltivare e  produrre cibo, spingendole di fatto alla fame.

 

Sempre secondo la FAO, nel mondo il 45% di frutta e verdura viene sprecato, ma lo spreco non dipende solo dalla sovrapproduzione: se nei paesi industrializzati è soprattutto domestico, in quelli non industrializzati lo spreco comincia all’inizio della filiera produttiva per le difficoltà di trasporto, stoccaggio e conservazione.

 

Sul fronte esattamente opposto si colloca Federbio. Tra i vantaggi dell’agricoltura biologica c’è anche la tutela dell’acqua, visto che non fa uso di pesticidi; il calo della produzione potrebbe essere compensato dalla riduzione degli sprechi; gli alimenti non sarebbero contaminati da sostanze chimiche tossiche. In ambito zootecnico, negli allevamenti al pascolo non si devono usare i farmaci necessari in quelli intensivi: si sconfiggerebbe così la resistenza agli antibiotici, un’emergenza sanitaria globale secondo l’OMS.  

 

È innegabile che i prodotti biologici costano di più e non sono alla portata di tutte le tasche, specie se si tratta di famiglie numerose. Gli agricoltori hanno un margine di guadagno maggiore, ma sono maggiori anche le spese che devono sostenere. Non ci stanchiamo tuttavia di ricordare che, a prescindere dal biologico, i prezzi troppo bassi nascondono produttori senza scrupoli sia nell’uso di prodotti che fanno aumentare il raccolto sia nello sfruttamento della manodopera: la schiavitù del caporalato è una piaga che si può sconfiggere anche attribuendo il giusto prezzo ai prodotti agricoli. La vera sostenibilità passa anche da qui.

 

L’agroecologia è quindi una soluzione per sfamare tutti con produzioni sostenibili? A ben vedere, coincide con quello che suggeriscono i nutrizionisti: mangiare meno proteine animali, più proteine vegetali, più frutta e verdura e soprattutto variare l’alimentazione. Un consumo esagerato di grassi animali e di alimenti troppo raffinati nuoce tanto alla salute quanto all’ambiente. Nei paesi sviluppati istanze precise in questo senso arrivano dai consumatori, che diventano sempre più responsabili; tuttavia bisogna fare i conti con la pressione di popolazioni numerose e lontanissime da una presa di coscienza ambientale e tantomeno alimentare. Difficile che siano disponibili a ripensare la destinazione d’uso dei terreni coltivabili, ovvero privilegiare le coltivazioni per il consumo umano, anziché finalizzarle alla produzione di mangimi per l’allevamento e alla richiesta di biocarburanti e bioplastiche.

 

Secondo la ricerca pubblicata dall’IDDRI, aumentare i pascoli e il consumo di frutta e verdura ridurrebbe del 40% l’emissione di gas serra, e l’agroecologia è la strada da percorrere. Quindi non si tratta di incolpare solo i governi e le multinazionali, la conservazione del Pianeta dipende anche dai nostri stili di vita. L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile chiede a tutti i paesi del mondo, ognuno secondo le proprie possibilità, uno sforzo per la sostenibilità: ovvero, non c’è più distinzione tra paesi sviluppati, emergenti e in via di sviluppo. Il messaggio è universale, viviamo tutti sullo stesso Pianeta e ognuno deve fare la propria parte per la sua sopravvivenza. Se altri sono sordi a questo allarme, noi siamo disponibili ad ascoltarlo?

 

 

 

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