• Articolo Algeri, 2 marzo 2015
  • Governo e investitori esteri (Eni compresa) presi alla sprovvista

    Algeria, terzo mese di proteste anti fracking

  • Il movimento contrario al fracking in pochi mesi è diventato nazionale. Centinaia di migliaia di persone preoccupate di veder distrutte le riserve d’acqua

Algeria terzo mese di proteste anti fracking_

 

(Rinnovabili.it) – Le manifestazioni contro il fracking in Algeria non si placano. È iniziato il terzo mese di proteste da parte di un movimento che da locale si è trasformato in una opposizione nazionale. Ad essere interessata dalle trivellazioni è l’oasi di In Salah, città della provincia meridionale di Tamanrasset nel cuore del Sahara algerino. La zona è stata presa di mira dalla Sonatrach, azienda statale di estrazione degli idrocarburi, sotto la quale le stime individuano un vero e proprio tesoro nascosto. Il gas da scisti del bacino dell’Ahnet (100 mila chilometri quadrati), secondo gli ingegneri della Sonatrach conterrebbe almeno 200mila miliardi di metri cubi di shale gas. Questi numeri, proiettano l’Algeria al terzo posto fra i Paesi con maggiori riserve di gas, dietro Cina e Argentina ma davanti agli Stati Uniti. Sembra che solo il 10% possa essere estratto, ma per il governo basta e avanza per spendere energie e denaro nell’avventura del fracking. Il presidente Bouteflika ci si è tuffato di testa perché il Paese è in crisi a causa del calo del prezzo del petrolio. Il comparto energetico algerino costituisce infatti il 97% delle esportazioni, e mantiene a galla un sistema socialista di generosi sussidi pubblici. Il rischio di tracollo per colpa del petrolio fa paura al governo.

 

Algeria terzo mese di proteste anti fracking-

 

L’esecutivo non ha perso tempo per gettarsi nelle braccia degli investitori esteri, dato che il Paese è povero di tecnologie e di know-how in materia di fracking. Alla finestra c’erano da tempo, pronti a saltare sul ghiotto boccone, le grandi compagnie: Shell, Exxon, Total, Talisman Energy e l’italiana Eni, che ha preso accordi con l’Algeria già l’estate scorsa. L’idea è di investire 80 miliardi di dollari in 200 pozzi esplorativi, per arrivare alle estrazioni a scopo commerciale nel 2020.

Ma le compagnie e il governo non hanno messo in conto le proteste popolari, che si sono allargate a tutto il sud del paese e di recente hanno debuttato anche per le strade di Algeri. A far paura ai manifestanti è il rischio derivante dall’enorme consumo di acqua che il fracking comporta, senza contare i concreti pericoli di inquinamento delle falde. Per quanto riguarda i pozzi di In Salah, il ministro delle Risorse Idriche Hocine Necib ha assicurato che il fracking distrarrà soltanto 7mila metri cubi d’acqua e che questi potranno essere reimpiegati in altre operazioni di fratturazione. Ma i manifestanti non si fidano, e temono per le sorti dell’enorme bacino idrico sotterraneo che si estende sotto il Sahara algerino fino alla Tunisia e alla Libia, da cui si approvvigiona anche la fascia costiera.

Altro motivo di malcontento dei residenti nel sud del Paese viene da un sentimento di marginalizzazione che i residenti avvertono, convinti che lo sfruttamento delle risorse sul loro territorio non porterà benefici economici nella regione.

 

Algeria terzo mese di proteste anti fracking

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