• Articolo Burlington, 22 settembre 2017
  • I risultati di una ricerca statunitense

    L’ammazzacaffè più forte si chiama riscaldamento globale

  • Le terre agricole adatte per la coltivazione del caffè saranno colpite dal riscaldamento globale, ed entro il 2050 potrebbero ridursi quasi del 90%

riscaldamento globale

 

Con il riscaldamento globale crollano le piantagioni di caffè

 

(Rinnovabili.it) – Provate a immaginare di alzarvi ogni mattina e rinunciare al caffè. Ora provate a immaginare che non si tratta di una possibilità così remota, e che il riscaldamento globale di origine antropica sarà la causa principale di questo cambio epocale di abitudini. Non è un buon motivo per ridurre le emissioni al più presto? La domanda è sottesa ad uno studio pubblicato da ricercatori dell’Università del Vermont e dell’Istituto di ricerca tropicale Smithsonian, che hanno esplorato l’impatto del global warming su una coltura diffusa come il caffè e sui suoi impollinatori.

I risultati, pubblicati sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) , dimostrano che l’America Latina, regione in cui hanno sede le principali monocolture della preziosa bevanda, vedrà ridursi drasticamente nel prossimo futuro l’area delle piantagioni. Le terre agricole adatte per la coltivazione del caffè saranno infatti troppo calde, con il rischio di perderne una quota fra il 73% e l’88% entro il 2050. I paesi più colpiti sarebbero il Nicaragua, l’Honduras e il Venezuela: le attività sembrano destinate a colonizzare le zone montuose, con un clima che diventerà più favorevole, ma con l’effetto di una ulteriore perdita di biodiversità.

 

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riscaldamento globaleSecondo i ricercatori, il cambiamento climatico determinerà spostamenti geografici per gli impollinatori e le colture principali, con implicazioni globali per la sicurezza alimentare e le risorse rurali.

Più di altri 38 insetti, le api sono il principale vettore di impollinazione del caffè, e questa transizione verso le montagne porterà ad un calo medio della popolazione dell’8-18%. La previsione degli esperti si basa su un livello di emissioni che prosegue al ritmo attuale. Il tentativo della ricerca è sollecitare politiche per facilitare la proliferazione delle popolazioni di api, minimizzando l’uso di pesticidi e mantenendo una diversità di piante autoctone per fornire ai preziosi insetti alimenti diversi da quello su cui abbiamo forgiato un po’ della nostra identità culturale.

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