• Articolo Calgary, 8 giugno 2016
  • La vittoria nella Giornata mondiale degli oceani

    Artico senza trivelle: Shell lascia anche il Canada

  • Adesso gli Inuit potranno espandere l’area marina protetta in uno degli habitat più ricchi di tutto l’Artico, lo stretto di Lancaster

Artico senza trivelle: Shell lascia anche il Canada

 

(Rinnovabili.it) – Esulta il popolo degli Inuit. Esulta anche il WWF Canada, loro megafono da tempo per cacciare le trivelle di Shell dallo stretto di Lancaster. Il gigante olandese degli idrocarburi ha annunciato oggi il suo ritiro dall’area: nessuna esplorazione offshore in quel tratto di mare nell’estremo nord del Canada. Adesso gli eschimesi potranno spostare in avanti, come chiedono da anni, il limite dell’importante area marina protetta a livello nazionale dello stretto di Lancaster. L’area, che gli Inuit chiamano Tallurutiup Tariunga, rappresenta uno degli habitat marini più ricchi di tutto l’Artico.

Scorrendo il comunicato stampa di Shell si apprende che la compagnia ha rinunciato volontariamente a quei permessi e che il motivo ufficiale è la volontà di estendere la protezione dell’ecosistema degli oceani. Se la rapidità del ravvedimento fa alzare – giustamente – più di un sopracciglio, il tempismo non lascia adito a dubbi: oggi, 8 giugno, è anche la Giornata mondiale degli oceani, di fatto la miglior vetrina globale che si possa trovare per l’occasione.

 

«Questo annuncio va ben oltre lo stretto di Lancaster – gioisce ad ogni modo David Miller, presidente di WWF CanadaDimostra che le comunità locali, i popoli indigeni, le ong ambientaliste e i governi possono lavorare insieme con risultati significativi».

Assodato che la mossa sia dettata (anche) da esigenze di ripulirsi l’immagine, resta da capire perché mai Shell abbia rinunciato a permessi che aveva in mano da 40 anni, molti dei quali spesi a contrastare proteste e iniziative degli Inuit. Non sarà che le trivellazioni nell’estremo nord si stanno rivelando un business non sempre così promettente? Le Big Oil dal 2008 hanno lasciato l’80% delle concessioni artiche perché costa troppo. Proprio Shell, lo scorso settembre, aveva rinunciato a quelle in Alaska: aveva scommesso 7 miliardi sui giacimenti da esplorare ma i conti non tornavano: gas e petrolio non ci sono.

La vittoria degli Inuit allora è parte di quella cura dimagrante che il secondo gruppo petrolifero mondiale (dopo l’acquisizione di BG Group) sta affrontando. Proprio ieri il ceo Ben van Beurden ha annunciato che Shell deve ricalibrarsi per affrontare un lungo periodo di prezzi del petrolio bassi, aggiungendo che taglio dei costi e vendita di asset saranno una costante fino al 2020. Inuit, trichechi ed ecosistema marino tutto per ora tirano un sospiro di sollievo.

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