• Articolo Londra, 25 febbraio 2019
  • Ban Ki-moon a UK: “Basta investire nei combustibili fossili”

  • A richiamare il Regno Unito sulle sue scelte di politica energetica è l’ex Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, che esorta il governo a smettere di finanziare progetti di combustibili fossili all’estero

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Per l’ex Segretario generale ONU, il Regno Unito può continuare a essere un leader ed eliminare gradualmente l’uso di combustibili fossili

 

(Rinnovabili.it) – “Sono politiche difficili da conciliare con gli impegni che il Paese ha preso nell’ambito dell’Accordo di Parigi”. A richiamare il Regno Unito è l’ex Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, che esorta il governo a smettere di finanziare progetti di combustibili fossili all’estero, quanto meno per essere all’altezza dell’impegno del primo ministro Theresa May nella lotta contro il cambiamento climatico. Ban Ki-moon si è detto profondamente preoccupato per come sta agendo l’agenzia britannica per il credito all’esportazione, che ha fornito miliardi di sterline negli ultimi anni per sostenere le imprese di petrolio e gas in tutto il mondo, cifre che vanno nella direzione opposta di quanto stabilito dall’accordo internazionale sul clima, che ha forgiato nel 2015 come capo dell’ONU. “È giunto il momento per il Regno Unito di cambiare rotta, nell’interesse di tutto il mondo”, ha scritto in un commento per il Guardian, aggiungendo che tali finanziamenti sono in disaccordo anche con l’avvertimento di Mark Carney, il governatore della Banca d’Inghilterra, che ha affermato che i cambiamenti climatici porteranno a crisi finanziarie.

 

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Raramente l’ex Segretario si è esposto a commenti su specifiche politiche sui cambiamenti climatici dei singoli paesi, ma in questo caso ritiene che il Regno Unito potrebbe continuare a essere un leader sulla questione e quindi pensare seriamente all’opportunità di eliminare gradualmente l’uso di combustibili fossili non solo sul proprio territorio, ma anche in tutto il mondo. Opportunità che deve essere colta anche dalle linee di credito e dalle assicurazioni, in virtù del consenso a livello globale sul fatto che i combustibili fossili non dovrebbero essere finanziati in alcun modo dalle organizzazioni di finanziamento delle esportazioni, come in questo caso la UK Export Finance (UKEF).

 

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A dare ragione a Ban Ki-moon anche Mary Creagh, presidente di un comitato di parlamentari che indaga sulle dimensioni e l’impatto dei finanziamenti UKEF a favore di petrolio e gas, che ha ribadito che il sostegno di UKEF per i progetti di combustibili fossili all’estero è incompatibile con il ruolo principale del Regno Unito nella lotta ai cambiamenti climatici. Secondo il comitato presieduto dalla Creagh, tra il 2014 e il 2016, UKEF avrebbe dato 551 milioni di sterline di sostegno alla produzione di combustibili fossili, mentre tra il 2010 e il 2014 oltre il 99% dei suoi finanziamenti per l’energia è andato ai combustibili fossili, nonostante l’impegno del governo di coalizione a stoppare qualsiasi finanziamento a progetti “sporchi”. Nel 2017, più di un decimo del budget dell’agenzia di credito all’esportazione, 1,5 miliardi di sterline, è stato destinato al settore petrolifero e a quello del gas. Secondo la sua ultima relazione annuale, UKEF ha aumentato l’esposizione al settore petrolifero in virtù di opportunità in Asia e Sud America e si è detta pronta a sostenere più progetti di combustibili fossili all’estero, date le forti credenziali degli esportatori britannici in queste aree. Tra i progetti recenti supportati dal Regno Unito, ci sono giacimenti di petrolio e gas al largo della costa del Ghana, un importante gasdotto in Oman e software per una compagnia petrolifera in Argentina. Dalla UKEF si discolpano: “La priorità del governo britannico in patria e all’estero – ha riferito un portavoce – è quella di incoraggiare opportunità internazionali per le imprese del Regno Unito, assicurando che possano costruire proficue relazioni con i partner esteri e contribuire alla crescita economica in tutto il mondo. Siamo al contempo impegnati a standard elevati di gestione del rischio ambientale, sociale e dei diritti umani”.

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