• Articolo Bruxelles, 4 febbraio 2015
  • È scontro sul trattato di libero scambio fra Unione europea e Stati Uniti

    Da Bruxelles le reti internazionali dicono no al Ttip

  • Due giorni di incontri e gruppi di lavoro per organizzare le prossime mosse della campagna Stop Ttip. Intanto, proseguono i negoziati fra USA e Ue

Da Bruxelles le reti internazionali dicono no al Ttip-

 

(Rinnovabili.it) – Oltre 200 attivisti, decine di organizzazioni in difesa dell’ambiente, dei consumatori, dei diritti civili sono venute a Bruxelles per definire una strategia comune di opposizione al Ttip, il trattato di libero scambio che Unione europea e Stati Uniti stanno negoziando dal 2013. Li ha ospitati la Maison des Association Internationales, della fondazione Rosa Luxemburg, riunendole nel meeting di strategia delle reti internazionali durato due giorni (2-3 febbraio), proprio in contemporanea con l’ottavo round negoziale, che si tiene anch’esso nella capitale europea dopo uno stallo di 4 mesi. Questo secondo incontro, cui prendono parte la delegazione governativa americana, guidata dal capo negoziatore Dan Mullaney, e quella della Commissione Ue, il cui numero uno è Ignacio Garcia Bercero, si protrarrà fino a venerdì. Sul tavolo ci sono materie che potrebbero rivoluzionare completamente il sistema di governance occidentale, investendo tutto l’universo delle normative sull’ambiente, l’energia, il settore agroalimentare, i servizi pubblici e le politiche sul lavoro.

Proprio questa preoccupazione ha portato le reti internazionali per la tutela dei diritti della società civile e dell’ambiente a riunirsi per pianificare le prossime mosse. L’intento è bloccare l’accordo prima che arrivi a compimento il prossimo anno, altrimenti – sostengono – saranno dolori.

 

L’intento del Ttip è spianare tutti gli ostacoli di natura non doganale al commercio: sotto questa formula vanno anche i regolamenti a tutela dell’ambiente e dei servizi pubblici. Solo così, giurano Commissione europea e amministrazione USA, sarà possibile trovare degli standard comuni e creare un grande mercato transatlantico, che permetta di scambiare merci con facilità e senza più barriere tra i due capi dell’Oceano.

Ma secondo la Campagna Stop Ttip, questa apertura presenta gravi controindicazioni: rinunciare ai regolamenti che difendono – ad esempio – l’agricoltura da OGM e pesticidi (leggi “Con il Ttip via libera a 82 pesticidi vietati in Ue”) è un errore irreversibile.

Con un esercizio di fantasia, si potrebbe tentare di immaginare quali ricadute avrebbe un abbandono del principio di precauzione (proprio quello che gli Stati Uniti chiedono all’Unione). Il controllo sulla pericolosità di ogni nuovo prodotto o sostanza messi sul mercato non spetterebbe più alle aziende, ma alle agenzie pubbliche. Che solo ex post potrebbero ritirare in tutta fretta i prodotti nocivi per la salute. Se nel frattempo ci scappa il morto, amen.

 

Da Bruxelles le reti internazionali dicono no al Ttip_

 

Ma il principio di precauzione si innerva anche in diversi regolamenti sull’ambiente: ad esempio il divieto di fracking, che la Commissione Ambiente voleva introdurre nello Sblocca Italia, faceva leva proprio sulla necessità di evitare tecniche potenzialmente molto impattanti sull’aria e le acque di falda.

Negli Stati Uniti funziona tutto all’opposto: non solo sono la prima nazione al mondo per OGM prodotti, ma anche i più fedeli sostenitori del fracking. La fratturazione idraulica è stata praticata finora in 23 Stati, e presto comincerà in altri 5. I rimanenti non possiedono risorse sfruttabili o, nel caso di New York, lo hanno vietato.

Se lo scopo del Ttip è snellire i commerci, dunque va da sé che gli standard comuni su cui si accorderanno i due contraenti non saranno quelli più cautelativi, vigenti nell’Unione, ma quelli più lassisti, in vigore negli States.

Se dopo la ratifica gli Stati membri vorranno ancora legiferare a tutela dell’ambiente, della salute, del “made in”, o anche solo alzare gli stipendi in alcuni settori del mercato del lavoro, dovranno stare molto attenti a non pestare i piedi alle aziende americane che hanno investito sul territorio. Qualora vedessero minati i propri profitti, potrebbero fare causa ai governi dinanzi a corti di arbitrato internazionale, privato e nient’affatto trasparente (leggi anche “ISDS: l’arma delle multinazionali contro l’ambiente”).

 

Le polemiche su questo aspetto del Ttip, in grado di ridefinire i rapporti di forza fra politica ed economia, hanno portato la Commissione ad aprire una consultazione pubblica sull’argomento: il 97 per cento dei 150 mila partecipanti ha risposto contrariamente.

Così, in parallelo, Bruxelles e Washington stanno tentando un’altra strada: quella della cooperazione regolatoria. I due blocchi intendono mettere in piedi una sorta di “comitato di controllo” sulle normative, chiamato Regulatory Cooperation Body. Su sollecitazione di qualsiasi portatore di interesse (multinazionali comprese), esso può decidere di esaminare, per esempio, la prossima direttiva sulla qualità dell’aria dell’Unione. Se all’interno di quel pacchetto ci sono norme che possono avere ripercussioni negative per le ditte americane, il comitato può chiederne la modifica o il ritiro alla Commissione, senza che i governi nazionali o il Parlamento europeo entrino nemmeno nel processo.

Tutto è fatto, promettono i negoziatori, nel totale interesse verso l’implementazione di metodi per l’allineamento e la convergenza degli standard e delle normative. Ma per i partecipanti al meeting di strategia delle campagne Stop Ttip è un impoverimento del potere di intervento pubblico sulle dinamiche economiche.

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