• Articolo Londra, 10 ottobre 2019
  • Cambiamenti climatici: ecco i nomi dei maggiori responsabili

  • Saudi Aramco, Gazprom, Shell: queste ed altre aziende fossili producono il 35% delle emissioni di CO2 sul pianeta. Secondo il Climate Accountability Institute, è arrivata l’ora di valutare più seriamente le responsabilità del sistema economico e politico

Cambiamenti climatici

Credits: Jonny Lindner da Pixabay

Sono 20 le compagnie di combustibili fossili che più contribuiscono a produrre i cambiamenti climatici

 

(Rinnovabili.it) – In collaborazione con il Climate Accountability Institute (Colorado), il Guardian pubblica i nomi delle 20 compagnie di petrolio, gas e carbone maggiormente responsabili dei cambiamenti climatici. La ricerca, condotta da Richard Heede (co-fondatore e co-direttore del CAI), mostra come lo sfruttamento di combustibili fossili da parte di queste compagnie sia collegato al 35% di tutte le emissioni di gas serra. Ma non solo. La ricerca descrive anche nel dettaglio come queste aziende abbiano continuato ad espandersi, pur consapevoli del loro impatto.

 

La valutazione si basa, innanzitutto, sul calcolo di quanto sia stato estratto dal suolo e successivamente rilasciato sotto forma di emissioni a partire dal 1965. L’elenco dei grandi inquinatori stilato dalla ricerca fa riferimento, quindi, alla produzione annuale di petrolio, gas naturale e carbone dichiarata dalle aziende, calcolando così la quantità di carbonio e metano che viene emessa nell’atmosfera lungo tutta la catena di approvvigionamento, dall’estrazione all’utilizzo finale. Il 1965 è stato l’anno prescelto dai ricercatori perché ritenuto il momento in cui l’impatto ambientale dei combustibili fossili era noto ai leader economici e politici.

 

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Infatti, nel novembre del 1965 il presidente USA Lyndon Johnson pubblicò un rapporto, scritto dal Comitato consultivo scientifico del Presidente, che esponeva il probabile impatto della continua produzione di combustibili fossili sul riscaldamento globale. Nello stesso anno, il presidente dell’American Petroleum Institute affermò che l’anidride carbonica che veniva emessa nell’atmosfera terrestre dalla combustione di combustibili fossili avrebbe modificato, entro il 2000, il bilancio termico del pianeta, così da causare cambiamenti importanti nel clima.

 

Tra le compagnie individuate come maggiori inquinatori ci sono le società statali Saudi Aramco (Arabia Saudita) e Gazprom (Russia) e le private Shell, British Petroleum, Exxon e Chevron. Dai dati riportati dal Guardian, queste ultime quattro società sono responsabili di circa il 10% di emissioni di carbonio dal ’65 a oggi. Il principale inquinatore statale, invece, è l’Arabia Saudita, che ha prodotto da solo il 4,38% del totale globale.

Dall’indagine emerge che il 90% delle emissioni attribuite alle 20 aziende deriva dall’uso che viene fatto dei loro prodotti. Il resto è determinato dal processo di lavorazione: estrazione, raffinazione e consegna dei carburanti. Per tale ragione, quando il Guardian ha contattato 7 delle 20 compagnie (le uniche ad aver risposto), la maggior parte di esse ha sostenuto di non poter essere responsabile di come petrolio, gas e carbone sono utilizzati dai consumatori. Tuttavia, tutte si sono dichiarate seriamente impegnate nella lotta ai cambiamenti climatici.

 

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La ricerca del CAI ha lo scopo di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle responsabilità individuali alle responsabilità del sistema economico e politico.  A questo proposito, uno studio di InfluenceMap, società di lobbying londinese, ha scoperto che le cinque maggiori compagnie petrolifere e del gas quotate in borsa spendono quasi 200 milioni di dollari ogni anno facendo pressioni per ritardare, controllare o bloccare le politiche per affrontare i cambiamenti climatici.

 

Michael E. Mann, direttore dell’Earth System Science Center (Pennsylvania University) e climatologo di fama mondiale, ha dichiarato al Guardian che i risultati della ricerca del CAI hanno fatto luce sul ruolo delle aziende produttrici di combustibili fossili, invitando i politici che parteciperanno alla prossima COP25 (che si terrà a dicembre in Cile) a prendere misure urgenti per frenare le loro attività.

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