• Articolo Sidney, 20 luglio 2017
  • Da una analisi di Market Forces

    Le centrali a carbone indonesiane finanziate da governi stranieri

  • Una pioggia di prestiti e crediti all’esportazione da banche di Cina e Giappone consente all’industria fossile di costruire centrali a carbone nel sud-est asiatico

centrali a carbone

 

Il doppio gioco della Cina sulle centrali a carbone e l’accordo sul clima

 

(Rinnovabili.it) – Con il calo del business in patria, la chiusura degli impianti e lo stop ai piani di costruzione di nuove centrali a carbone, alcuni stati che in patria si impegnano a rispettare l’accordo di Parigi stanno utilizzando le banche di sviluppo per aiutare l’industria fossile a continuare gli affari fuori dai confini nazionali. Il boom molto discusso del carbone nel sud-est asiatico, ad esempio è stato finanziato da governi e banche straniere. Il settore privato, da solo, avrebbe rischiato troppo e l’investimento non sarebbe stato remunerativo, ma con la spinta del pubblico (e dunque dei contribuenti) tutto si può fare.

Il caso indonesiano è la spia di un sistema più ampio, ed è stato analizzato nel dettaglio da Market Forces, un team di analisti ambientali legato a Friends of the earth Australia. Il gruppo di attivisti ha preso in esame 22 operazioni finanziarie che hanno coinvolto 13,1 gigawatt a carbone in Indonesia, scoprendo che il 91% dei progetti ha avuto il sostegno di governi stranieri tramite agenzie di credito all’esportazione o banche di sviluppo.

 

>> Leggi anche: La Cina si impegna sul clima ma finanzia il carbone in Sudafrica <<

 

Le prime, che forniscono prestiti a progetti esteri per aiutare le industrie attive in paesi terzi, sono state coinvolte nel 64% dei casi, coprendo complessivamente circa il 45% del prestito totale. In pratica, i privati hanno dovuto trovare soltanto la metà del denaro per i loro progetti, riducendo drasticamente il rischio d’impresa.

I flussi di denaro, mappati tra il gennaio 2010 e il marzo 2017, hanno portato gli analisti a risalire l’emisfero: la gran parte dei finanziamenti viene infatti da Giappone e Cina, con la Banca giapponese per la cooperazione internazionale (JBIC) coinvolta in cinque accordi e la Export-Import Bank of China (Cexim) in sette. Dai cinesi sono piovuti tre miliardi di dollari, malgrado la Banca Mondiale abbia avvertito lo scorso anno che costruire nuove centrali a carbone in Asia sarebbe disastroso per il pianeta. Pechino sta aggirando gli impegni sul clima mentre continua a tendere la mano all’Occidente, ma il piede in due scarpe non potrà tenerlo a lungo.

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