• Articolo Tianjin, 29 gennaio 2018
  • Cina: un laboratorio dedicato agli sversamenti di petrolio in mare

  • Il ministero dei trasporti cinese sta progettando di istituire un laboratorio specializzato nel trattamento delle fuoriuscite di petrolio

petrolio in mare

 

La risposta tecnologica cinese agli sversamenti di petrolio in mare

(Rinnovabili.it) – Dopo gli Usa e la Francia anche la Cina potrebbe dotarsi un laboratorio tecnologico dedicato agli sversamenti di petrolio in mare. Lo fa sapere il ministero dei trasporti della Repubblica Popolare dalle pagine della sua pubblicazione ufficiale, lo Science Media and Technology Daily.

Come spiega la Reuters, riassumendo la notizia pubblicata sul media cinese, l’intenzione del governo è quella di mettere in pratica gli studi scientifici sul tema, dotandosi così di armi di prima risposta alle emergenze ambientali. Una prima volta assoluta per il gigante asiatico che spenderebbe, da stime ministeriali, ben 200 milioni di yuan (circa 31,6 milioni di dollari) all’anno in ricerche per il trattamento d’emergenza delle fuoriuscite di petrolio.

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Ma tra la teoria, le prime sperimentazioni e la pratica vi sono ancora consistenti gap tecnologici. E uno dei motivi principali, spiega il quotidiano, è proprio l’assenza di un laboratorio dedicato. La struttura dovrebbe sorgere nel nord-est del Paese, e più precisamente nella città portuale di Tianjin, al largo della baia di Bohai. Il laboratorio è previsto, Il ministero ha in programma un investimento iniziale di 400 milioni di yuan (63 milioni di dollari): le risorse saranno destinate a progetti di ricerca sulla protezione ecologica oceanica e questioni di sicurezza in tema di trasporto marittimo.

 

Non è difficile immaginare quale sia la principale motivazione dietro al nuovo annuncio. Dopo esser andata alla deriva in fiamme per diversi giorni, lo scorso 14 gennaio la petroliera Sanchi è affondata nel Mar Cinese Orientale. La nave cisterna, registrata a Panama e gestita dal principale operatore petrolifero iraniano si era scontrata il 6 gennaio con il mercantile CF Crystal, a circa 160 miglia nautiche al largo della costa cinese. Inutile qualsiasi intervento.

L’incidente, che ha portato alla morte 32 persone, sarà ricordato probabilmente come uno più gravi disastri marini, in termini di contaminazione delle acque, degli ultimi 35 anni.

 

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A bordo 34 milioni di litri di condensato ultra-leggero, una forma di petrolio raffinato estremamente tossica, altamente infiammabile e difficile da rilevare. “Non è come il greggio, che si scompone sotto la naturale azione microbica”, ha spiegato Simon Boxall, del National Oceanography Centre dell’Università di Southampton alla BBC. “Questa  roba in realtà uccide i microbi che degradano il petrolio”.

Ad aggravare la situazione sono le poche certezze in merito al destino della marea nera, in quanto le perdite possono bruciare, evaporare o mescolarsi alle acque superficiali dell’Oceano e contaminare l’ambiente per lunghissimi tempi. Secondo le ultime simulazioni effettuate dagli esperti, le acque inquinate dal petrolio dovrebbero raggiunger il Giappone in meno di un mese.

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