• Articolo Pechino, 13 febbraio 2017
  • La Cina fa sul serio? Tagli pesanti a carbone e industrie inquinanti

  • Pronto un piano per tagliare del 50% la produzione di acciaio e fertilizzanti e del 30% quella di alluminio. Il carbone va su rotaia e verso porti più vicini

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(Rinnovabili.it) – Mentre Donald Trump e la sua squadra di scettici climatici si insediava alla Casa Bianca, lo scettro di paese guida nel contrasto al riscaldamento globale passava, secondo molti, alla Cina. Una speranza più che una realtà nei fatti, dettata soprattutto dalla sua capacità di incidere nelle politiche ambientali globali in quanto maggior inquinatore mondiale. Dopo mesi di provvedimenti “cosmetici”, poco incisivi, Pechino potrebbe finalmente aver deciso una svolta verde ben più sostanziale. Obiettivo: tagliare acciaio, alluminio e carbone e abbattere le emissioni dei trasporti.

Il ministero dell’Ambiente cinese avrebbe pronto un importante pacchetto di misure. Il documento – visto in anteprima dall’agenzia Reuters – dettaglia un piano per tagliare almeno della metà la produzione di acciaio e fertilizzanti e di almeno il 30% quella di alluminio. Misure che non si applicherebbero a tutto il paese né costituiscono tagli lineari permanenti. Infatti, ad essere colpite sarebbero 28 città sparse in 5 diverse regioni e soltanto durante l’inverno, tra novembre e febbraio. Ciò nonostante, se implementate queste misure sarebbero le più radicali mai messe in campo dalla Cina.

 

Ma c’è dell’altro. La bozza di documento prevede anche che entro luglio non sarà più possibile far transitare carbone dal porto di Tianjin – il secondo più grande del paese per volume di traffico – ma tutti i carichi saranno dirottati sul porto di Tangshan. Situato 130 km più a nord, è più vicino ai grandi bacini di estrazione della Mongolia Interna. Il trasporto, inoltre, non potrà più avvenire su gomma ma su rotaia. Lo stesso accadrà nei porti della provincia di Hebei. Nel complesso, questo pacchetto di provvedimenti dovrebbe ridurre l’output di acciaio cinese dell’8% annuo e quello di alluminio del 17%, calcola la Reuters.

Il piano ha quindi un respiro abbastanza ampio da incidere davvero sulle emissioni cinesi e di conseguenza sulla qualità dell’aria del paese, arrivata negli ultimi mesi a toccare i peggiori risultati di sempre. Nulla a che vedere con le pallide misure adottate in precedenza: stop a impianti a carbone (ma nuove centrali in costruzione), una polizia ambientale senza alcun vero potere, sanzioni di dubbia applicabilità alle aziende che sforano i limiti di inquinamento permessi.

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