• Articolo Ginevra, 25 novembre 2014
  • Le tecniche presentano alti costi – scaricati sul pubblico – e controindicazioni per l’ambiente

    Clima, per l’UNECE “incentivare il sequestro della CO2”

  • In vista di Parigi 2015 la Commissione economica per l’Europa dell’ONU chiede ai Paesi dell’UNFCCC di approvare incentivi per il sequestro della CO2

Clima per l’UNECE incentivare il sequestro della CO2

 

(Rinnovabili.it) – Gli incentivi fiscali per il sequestro della CO2 dovrebbero essere inclusi nel prossimo accordo globale sul clima, che rimpiazzerà il Protocollo di Kyoto ormai in scadenza. Lo dichiarano le 56 nazioni dell’UNECE, la Commissione economica per l’Europa dell’ONU. La raccomandazione degli Stati membri dell’UNECE mette una grossa patata bollente sul tavolo negoziale di Lima, ma soprattutto su quello del meeting UNFCCC (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico) del dicembre 2015 a Parigi.

Lo sviluppo commerciale delle tecniche di sequestro e stoccaggio della CO2 (CCS, Carbon Capture and  Storage), non gode di grande popolarità a livello politico. Eppure, a detta dei 56 – forti anche del fatto che il 5° rapporto IPCC le ha incluse fra le soluzioni – dovrebbe esser preso in considerazione almeno come avviene per le altre tecnologie low carbon.

 

«Un accordo internazionale post-Kyoto dovrebbe accettare una vasta gamma di strumenti fiscali per incoraggiare il CCS, ma la loro selezione sarebbe a discrezione dei governi nazionali», dichiara l’UNECE.

Il tentativo è quello di scoraggiare il pensiero politico favorevole alle rinnovabili, che da sole non basterebbero per l’UNECE a togliere i gas climalteranti dall’atmosfera. Servono dunque, raccontano i 56 aderenti alla Commissione, tecniche di geoingegneria fortemente discusse per prelevarli dall’aria e seppellirli nel terreno.

Le controindicazioni dei processi di sequestro della CO2 sono numerose: si va dalla crescita esponenziale del consumo di acqua nelle centrali (+90% per MWh) alle tecniche di stoccaggio nel sottosuolo. Verrebbero utilizzati, a tale scopo, i pozzi di petrolio e gas in via di esaurimento, così da facilitare anche l’estrazione delle ultime gocce. Ci sono però i costi di trasporto (anche in termini di emissioni) per lo stoccaggio di quantità di CO2 da luoghi lontani dai pozzi petroliferi. Infine, esiste la possibilità di fughe di anidride carbonica.

 

Fondamentalmente, il sequestro della CO2 è un piano perfetto per preservare lo status quo di un sistema energetico basato sulle fonti fossili, con un doppio vantaggio: zero costi per i privati, visto che gli incentivi pubblici coprirebbero le spese (fino a 100 dollari in più per MWh), e gran ritorno di immagine. Risolvere la sfida del clima senza cambiare modello di sviluppo è utopia di molti, e la più grande conquista per i colossi del fossile sarebbe ergersi a paladini della lotta al global warming.

 

Il numero di grandi progetti di sequestro della CO2 è raddoppiato dal 2010. Quest’anno è stato uno spartiacque nella storia di queste tecniche, con la nascita del primo impianto a carbone dotato di CCS in Saskatchewan (Canada). Tuttavia la tecnologia presenta costi proibitivi: è anche per questo che non è ancora stata presa in considerazione dai governi. Ed è per questo che l’UNECE spinge affinché gli incentivi vengano promossi in un accordo internazionale. Un altro fiume di denaro pubblico andrebbe a riempire le tasche dei produttori di combustibili fossili, che hanno sempre qualche santo protettore nei governi delle grandi potenze.

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