• Articolo Portland, 14 gennaio 2020
  • Caldo estremo: è (anche) una questione di discriminazione

  • Se soffri il caldo estremo, è molto probabile che tu provenga da una famiglia a basso reddito e viva in un quartiere senza servizi. Questo è il risultato di una ricerca universitaria che mostra come gli impatti dei cambiamenti climatici siano più forti in quelle aree urbane storicamente più povere e abbandonate.

Caldo estremo

Credits: F. Muhammad da Pixabay

Una ricerca della Portland University analizza il collegamento tra temperature di superficie e politiche abitative negli Stati Uniti.

 

(Rinnovabili.it) – Negli Stati Uniti, il caldo estremo miete vittime ogni anno e, con buona probabilità, diventerà ancora più mortale nei prossimi anni. Tuttavia, il caldo estremo pare non avere gli stessi effetti su tutte le persone e questo è dovuto al fatto che, in diversi quartieri all’interno di una singola città, le temperature di superficie possono variare di addirittura 6°C, rendendo alcune comunità più a rischio di altre.

 

Per questa ragione, una ricerca condotta dal Science Museum of Virginia e dalla Portland State University ha analizzato il rapporto tra esposizione al caldo estremo e politiche abitative negli USA, scoprendo che i quartieri urbani a cui sono stati storicamente negati i servizi ora rappresentano le aree più calde delle 108 città prese in esame dai ricercatori. Secondo Vivek Shandas, professore di Studi Urbani e Pianificazione alla Portland State University, si tratta di un “modello sistemico”, che suggerisce un sistema di pianificazione terribilmente negligente che favorisce le persone più ricche e privilegiate, mettendo invece in serio pericolo chi vive in quartieri meno serviti, di solito famiglie a basso reddito, che dovranno affrontare l’impatto maggiore dei cambiamenti climatici.

 

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Pubblicato sulla rivista scientifica Climate, lo studio ha esaminato la relazione tra le temperature estive di superficie, reperite grazie alle immagini satellitari, e le politiche storiche sull’edilizia abitativa in 108 centri urbani degli Stati Uniti. Quello che è emerso è che i quartieri con meno spazi verdi, più cemento e pavimentazione sono in media più caldi, rappresentando delle vere e proprie “isole di calore”. Inoltre, si è visto come le famiglie a basso reddito e le comunità di colore tendano generalmente a vivere in queste isole e, per capire quale fosse il collegamento tra queste due circostanze, i ricercatori hanno esaminato il rapporto tra il redlining e il calore di superficie. Con il termine redlining si intende quel fenomeno rappresentato dalla negazione di vari servizi ai residenti in specifici quartieri o comunità attraverso l’aumento selettivo dei prezzi.

 

In questo modo, si è visto come le politiche abitative discriminatorie messe in atto a partire dagli anni ‘30 abbiano contribuito a classificare alcuni quartieri, indicati nei piani con delle linee rosse (da cui il nome dato al fenomeno), come troppo pericolosi per gli investimenti. Pertanto, ai residenti nei quartieri redline sono stati negati mutui e assicurazioni sulla casa. Queste aree continuano a ospitare prevalentemente comunità a basso reddito e comunità di colore. E nonostante la pratica del redlining sia stata vietata nel 1968, questo studio mirava a valutare gli effetti ereditari di tali politiche nel contesto dell’innalzamento delle temperature.

 

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Lo studio ha così mostrato che i quartieri precedentemente considerati redline sono più caldi del 94% rispetto agli altri. “Le variazioni di temperatura non si verificano a causa di coincidenze. Piuttosto, sono il risultato di decenni di investimenti intenzionali in parchi, spazi verdi, alberi, trasporti e politiche abitative che hanno fornito servizi di raffreddamento, e che coincidono anche con l’essere più ricchi, ha detto Shandas.

 

Questo significa che le famiglie a basso reddito non solo subiscono di più il fenomeno del caldo estremo, con tutti i rischi per la salute associati, ma potenzialmente devono pagare bollette energetiche più elevate, hanno meno accesso agli spazi verdi e una minore mobilità economica. Ovviamente, esistono modi per mitigare gli effetti del caldo estremo sulle popolazioni potenzialmente vulnerabili attraverso la pianificazione urbana, e i ricercatori vogliono che questo studio conduca a sostanziali cambiamenti nel modo in cui vengono progettate le città e i quartieri per ridurre gli impatti anche sulla salute pubblica.

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