• Articolo Durban, 12 dicembre 2011
  • Dalla COP 17 l’accordo per un nuovo trattato globale entro il 2015

    Durban: si salva la faccia ma non il Pianeta

  • I lunghi negoziati climatici si sono conclusi nelle prime ore della domenica con il via libera a una tabella di marcia per arrivare ad un accordo internazionale entro 4 anni. I tagli alle emissioni diventeranno esecutivi dal 2020

 

Un'attivista dell'ONG britannica Oxfam che manifesta a Durban

Sull’impegno climatico il Pianeta può attendere. Sembra essere questo lo slogan che accompagna ormai con una certa ripetitività gli appuntamenti dell’Onu in tema di lotta alle emissioni. L’accordo raggiunto alla 17esima Conferenza mondiale sul clima di Durban, in Sudafrica, lascia spazio all’insoddisfazione di molti nonostante i risultati raggiunti dalle 195 componenti della Convenzione delle Nazioni Unite. Dopo una maratona negoziale di 13 giorni e ben 36 ore dopo la chiusura ufficiale del Summit è infatti arrivata l’intesa che, per la prima volta nella storia, prevede un percorso di riduzione delle emissioni comune per tutti i grandi inquinatori, compresi Usa e Cina i paesi più recalcitranti nei confronti degli obblighi climatici. L’accordo, raggiunto in extremis, rispecchia in pieno quanto preannunciato nei giorni scorsi da Ban ki-Moon, pessimista sulle possibilità di dar vita a un vero e proprio impegno già in sede sud africana. In base al documento siglato dai rappresentanti, il vero impegno inizierà solo nel 2015, anno entro il quale dovrà essere adottato un nuovo trattato globale sulla riduzione dei gas serra che entrerà in vigore però non prima del 2020. Il pacchetto firmato sul tavolo dei negoziati comprende una serie di elementi:

Piattaforma di Durban per l’azione avanzata

La “Piattaforma di Durban” stabilisce che a partire dal 2012 un gruppo di lavoro studi il percorso migliore per arrivare ad “patto globale salva-clima” entro i prossimi 4 anni che contempli tempi stretti e impegni di riduzione più stringenti; il team dovrà definire anche la forma giuridica del trattato che sarà attuato a partire dal 2020. Su iniziativa dell’Unione europea e dell’Alleanza dei piccoli Stati insulari (AOSIS), la conferenza ha inoltre deciso di avviare un piano di lavoro per identificare le opzioni per colmare il “divario d’ambizione” tra gli attuali impegni di riduzione delle emissioni dei paesi per il 2020 e l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale entro i 2 °C.

Protocollo di Kyoto-2

Nel pacchetto di Durban è formalmente inserito che un secondo periodo d’impegno del Protocollo di Kyoto venga esteso dal 1° gennaio 2013, evitando così un divario tra la fine del primo periodo e il prossimo anno. In base al documento siglato dai rappresentati, un Kyoto2 che farà da ponte verso il trattato globale del 2020 ma vi aderiranno solo l’Unione Europea, la Svizzera, l’Australia e la Norvegia, escludendo Canada, Giappone e Russia, chiamatisi già in precedenza fuori da un’estensione del Protocollo. Nuove norme in materia di gestione forestale approvate come parte del pacchetto miglioreranno l’integrità ambientale del vecchio documento.

Fondo Verde per il clima e gli altri nuovi corpi

Durban rende operativo il nuovo Fondo verde per il clima (GCF) mettendo a punto le modalità di progettazione e di governance. Il GCF dovrebbe essere uno dei principali canali di distribuzione per i 100 miliardi di dollari d’assistenza che i paesi sviluppati si sono impegnati a mobilitare per le nazioni povere entro il 2020 per aiutarle a sostenere i costi di mitigazione del riscaldamento globale. Le disposizioni necessarie per rendere operativo il nuovo meccanismo tecnologico e il comitato per l’adeguamento sono state concordate.

Nuovi meccanismi

E’ stato istituito un nuovo meccanismo basato sul mercato per rafforzare il rapporto costo-efficacia delle azioni di lotta alle emissioni, lanciando congiuntamente un processo che prende in considerazione anche le questioni climatiche legate all’agricoltura.

 

Gli Entusiasti e i Delusi

I risultati della COP 17 hanno saputo creare due fronti opposti. Da una parte negoziatori e quanti al Summit hanno preso parte in qualità di voci attive, entusiasti “della svolta storica” e dall’altra la maggioranza degli ambientalisti e delle organizzazioni non governative, deluse, ancora una volta, dall’inazione generale. “La strategia dell’Unione europea ha funzionato – ha commentato il Commissario europeo Connie Hedegaard.  – Quando numerose parti in causa hanno detto dopo (il vertice precedente di) Cancun che Durban avrebbe dovuto soltanto applicare le decisioni prese a Copenaghen e Cancun, l’Ue aveva espresso il desiderio di una maggiore ambizione. Ed è quello che ha ottenuto. Kyoto divideva il mondo in due categorie, ora avremo un sistema che riflette la realtà di un mondo interdipendente”. Soddisfatto anche il nostro ministro dell’ambiente, Corrado Clini: “Siamo usciti dal ‘cono d’ombra’ di Copenaghen. L’accordo, che supera i limiti del Protocollo di Kyoto ed ha una dimensione globale, offre all’Europa la possibilità di costituire, con le grandi economie emergenti di Brasile, Cina. India, Messico e Sud Africa, la piattaforma per lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie e dei sistemi in grado di assicurare nello stesso tempo la crescita economica e la riduzione delle emissioni. Questo è il nuovo fronte della competitività”.

Molto più severo il giudizio delle associazioni ambientaliste. “I Governi – ha dichiarato Mariagrazia Midulla, responsabile Policy Clima ed Energia del WWF Italia – hanno fatto il minimo indispensabile per portare avanti i negoziati, ma il loro compito è proteggere la loro gente. Oggi è chiaro che i mandati di pochi leader politici hanno avuto un peso maggiore delle preoccupazioni di milioni di persone, mettendo a rischio le persone e il mondo naturale da cui le nostre vite dipendono. ‘Catastrofe’ è una parola dura, ma non è abbastanza dura per descrivere un futuro con 4 gradi di aumento della temperatura globale.”

Secondo Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International “I governi uscenti dai colloqui delle Nazioni Unite dovrebbero vergognarsi. Ci chiediamo come saranno in grado, una volta a casa, di guardare negli occhi i propri figli e nipoti. Ci hanno deluso e il loro fallimento si calcolerà nella vita dei più poveri, dei più vulnerabili e meno responsabili della crisi climatica globale.