• Articolo Roma, 16 febbraio 2012
  • M. Banini (CNPB): “Siamo a rischio monopolio”

    Con gli ecoshopper l’ambiente ci rimette?

  • Fareambiente espone nel corso di un’audizione alla Camera le proprie perplessità sui criteri di biodegradabilità definiti dalla norma EN 13432

(Rinnovabili.it) – Le plastiche biodegradabili sono dannose per l’ambiente e nocive per la salute. A sostenerlo è Fareambiente, il movimento ecologista europeo che, nel corso di un’audizione alla Commissione Ambiente della Camera, ha chiesto di verificare la reale biodegradabilità degli ecoshopper. Avvalendosi di quanto sostenuto dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), Fareambiente si è schierata contro la norma EN 13432 dato che, definendo solamente il processo di smaltimento presso appositi centri di compostaggio industriali, di fatto non assicura la biodegradabilità. Come spiegato dalla Vice presidente nazionale, Erica Botticelli, l’utilizzo di amidi per la produzione delle plastiche biodegradabili sarebbe “più dannoso per l’ambiente fino a 10 volte e più tossico per l’uomo fino a 5 volte rispetto alle normali plastiche biodegradabili prodotte con additivi certificati biodegradabili”.

Facile intuire le conseguenze di un loro non corretto smaltimento. Oltre alla polemica intorno al MaterBi, il materiale a base di mais con cui sono fatti gli shopper attualmente in commercio, c’è anche quella contro il Decreto legge nr. 2 (Misure straordinarie e urgenti in material ambientale), che vieta l’uso di additivi chimici per la produzione delle buste, imponendo che esse siano completamente biodegradabili. Secondo Marco Banini, infatti, esponente del Comitato nazionale Plastiche Biodegradabili (CNPB), se venisse approvato l’art. 2 del Decreto legge in questione, sarebbero a rischio chiusura oltre 2.000 aziende italiane,per un totale di circa 20.000 posti di lavoro. Per Banini, dunque, siamo a rischio monopolio: “Il Governo – ha dichiarato Banini – indicando le caratteristiche dei sacchetti biodegradabili, che devono seguire le indicazioni di una norma tecnica non giuridica, di fatto identifica anche l’unica azieda italiana che può produrli”.