• Articolo Roma, 30 novembre 2015
  • Una conferenza per il clima (e per la pace)

  • Esiste un legame tra una governance globale per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici e le possibilità di avere un futuro di pace

Una conferenza per il clima. E per la pace

Centinaia di paia di scarpe allineate a ‘Place de la Republique a Parigi come marcia simbolica per la COP21.

 

Per la ventunesima volta i governi del pianeta si riuniscono per provare a dare una risposta ai cambiamenti climatici. Ma sappiamo che la sfida non verrà risolta nelle due settimane della Conferenza per il clima e che gli impegni attuali non bastano a raggiungere l’obiettivo di mantenere ben al di sotto dei 2°C (meglio 1,5) l’aumento della temperatura globale. Quello che è in gioco a Parigi è se, dopo la Conferenza, le politiche per rilanciare la rivoluzione basata sulle rinnovabili saranno abbastanza forti da fare in tempo a evitare il peggio.

 

La conferenza di Parigi avviene poche settimane dopo i sanguinosi attacchi terroristici che hanno colpito – oltre che la capitale francese – altri luoghi come Beirut, Bamako, Tunisi, e ancora prima Ankara e il Sinai. Questo dovrebbe far riflettere sul legame che esiste tra una governance globale per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici e le possibilità di avere un futuro di pace.

 

I cambiamenti climatici hanno un doppio legame con i conflitti (e dunque anche con la pace): da una parte il riscaldamento globale rende il pianeta meno abitabile, aumenta la pressione su risorse come l’acqua e perciò aumenta i rischi di conflitto; dall’altra l’abbandono delle fonti fossili e una rivoluzione basata sulle rinnovabili può ridurre i rischi di conflitto per le risorse energetiche. L’obiettivo di uno scenario al 100% rinnovabile entro il 2050 è tecnicamente ed economicamente realizzabile, come dimostra l’aggiornamento del rapporto Energy [R]evolution presentato da Greenpeace a settembre. I segnali positivi di cambiamento non mancano: grazie anche ai movimenti di cittadini, progetti distruttivi come le estrazioni petrolifere in Artico o l’oleodotto Keystone XL, che avrebbe dovuto collegare le aree di produzione da scisti bituminosi del Canada con gli Stati Uniti, sono stati cancellati dal Presidente Obama. La tendenza generale, inoltre, è di sviluppo delle alternative energetiche: nei Paesi OCSE l’80% della nuova potenza installata da oggi al 2020 sarà rinnovabile. Si è avviato anche un movimento di disinvestimento dal carbone e dalle fonti fossili che sembra poter avere molta influenza. In Italia, infine, c’è stata l’importante svolta nelle politiche di investimento di Enel, confermate e rafforzate con l’aggiornamento del piano industriale pochi giorni fa, che fissa l’obiettivo della produzione da rinnovabili del gruppo al 53% entro il 2019.

 

L’Enciclica Laudato Si’ e le prese di posizione delle diverse confessioni religiose sui cambiamenti climatici hanno anche modificato il quadro del dibattito: ponendo la questione sul piano etico e morale – i cambiamenti climatici colpiscono più duramente chi ha meno inquinato, i poveri – il messaggio esce dall’ambito strettamente politico e scientifico e coinvolge tutte le persone, non solo la parte più avvertita dei cittadini.

Assieme a questi segnali positivi registriamo anche quelli negativi: la stagione degli incendi delle foreste torbiere indonesiane per far posto alle piantagioni di palme da olio, l’aggressione dell’industria illegale del legname in Amazzonia che continua, progetti di sviluppo del carbone che non si fermano.

 

In Italia la politica rimane schizofrenica: da una parte il ministro dell’ambiente chiede giustamente di fissare a 1,5°C l’obiettivo della Conferenza di Parigi, dall’altra difende le trivellazioni a mare con risibili motivazioni etiche, ovvero che le piattaforme a mare sarebbero più sicure rispetto all’estrazione di petrolio da altre aree . Si tratta di un “falso ideologico” a favore non del Paese o tantomeno dell’ambiente ma di interessi di piccolo cabotaggio: tutto il petrolio sotto i mari italiani coprirebbe due mesi di consumo nazionale. Allo stesso tempo, il governo Renzi prosegue a bloccare le rinnovabili con un intento stupidamente vendicativo. Il mondo cambia ma non è ancora arrivato il momento di poter avere in Italia un governo che consideri le questioni ambientali una priorità.

 

di Giuseppe Onufrio, Direttore Greenpeace Italia

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