• Articolo Bonn, 20 novembre 2017
  • Cresce intanto l'influenza della Cina

    La COP 23 si chiude senza il botto

  • A Bonn, sotto la presidenza delle Isole Fiji, cala il sipario su una COP 23 che non ha regalato grandi sorprese. Nel 2018, il prossimo round in Polonia

cop 23

 

Pochi progressi alla COP 23, tutto rinviato all’anno prossimo

 

(Rinnovabili.it) – Qualcuno vede il bicchiere mezzo pieno, qualcun altro pone l’accento su quello mezzo vuoto. Ma la realtà è che come spesso accade, anche questi negoziati climatici non passeranno alla storia. Conclusasi venerdì a tarda sera, la COP 23 di Bonn può essere letta come un piccolo passo avanti verso l’implementazione dell’Accordo di Parigi, ma i veri progressi si vedranno soltanto l’anno prossimo, quando in Polonia si terrà un nuovo vertice.

Katowice, tra dodici mesi, sarà il banco di prova delle basi gettate in queste ultime due settimane in Germania. I delegati hanno concordato di avviare nel 2018 un processo di revisione dei piani nazionali di riduzione delle emissioni, con l’intento di aumentarne l’ambizione. Al momento, infatti, le promesse dei paesi sono ben lontane dall’obiettivo concordato a Parigi di limitare il riscaldamento globale a +2 °C rispetto ai livelli preindustriali entro fine secolo.

Per raggiungere i target, la COP 23 ha prodotto un regolamento che si concentra su alcuni aspetti, tra cui la proposta di mettere nero su bianco le modalità di segnalazione e monitoraggio delle emissioni entro il dicembre del prossimo anno. I paesi hanno inoltre concordato di creare piattaforme speciali per le questioni di genere e le popolazioni indigene, nel tentativo di aumentarne l’influenza sulle decisioni.

 

>> Leggi anche: COP sui cambiamenti climatici, la strada percorsa fino ad oggi <<

 

Le novità, in sostanza, finiscono qui. Rimane aperta la questione chiave del Green Climate Fund, il fondo per aiutare i paesi più poveri a combattere il riscaldamento globale: la sua istituzione rimane ancora indefinita.

Da registrare, tuttavia, il sorgere di una alleanza dei paesi in via di sviluppo, che in questa sessione dei negoziati climatici globali sono apparsi più uniti che in passato. Un’alleanza di 130 nazioni che hanno strappato concessioni ai paesi ricchi, a partire dal regolamento che dovrebbe portare ad un innalzamento degli obiettivi prima del 2020. Secondo alcuni osservatori, il gruppo delle quattro principali economie emergenti – Brasile, Sudafrica, India e Cina – ha lavorato congiuntamente per mettere alcuni paletti nel testo finale, riuscendo a demarcare più chiaramente il ruolo degli stati ricchi e di quelli più poveri. Questa coesione tra paesi poveri e paesi a medio reddito potrebbe essere un segnale, viste anche le intenzioni della Cina, che promette di investire forte nei prossimi decenni. L’occasione di business fiutata dal dragone potrebbe concretizzarsi a danno dell’Occidente, bloccato dalle bizze di Trump e dall’attendismo di Angela Merkel. La Germania, infatti, ha “saltato un giro” a questi negoziati, nel tentativo di evitare le critiche dei Verdi, con cui la cancelliera sta cercando un’alleanza di governo.

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