• Articolo Hyderabad, 15 ottobre 2012
  • I. Pratesi (WWF): “Non dare un valore economico ai “servizi” che la natura ci offre significa distruggerli”

    COP11 CBD: quanto costa la natura?

  • La mobilitazione economica per finanziare la conservazione delle risorse naturali è il tema caldo con cui si apre la seconda settimana della conferenza sulla biodiversità, in corso in India fino al 19 ottobre

Quanto vale l’acqua purificata dalle foreste o l’ossigeno prodotto dagli alberi, quanto il cibo che viene dal mare o la difesa che gli ecosistemi ancora intatti mettono in atto contro i cambiamenti climatici? Il valore economico di tutto ciò che la natura produce per gli esseri umani è il tema caldo di questa seconda settimana della COP 11 della Convenzione sulla Diversità Biologica, che si apre oggi all’insegna della ricerca di meccanismi finanziari innovativi, capaci di garantire alla biodiversità la giusta tutela almeno per i prossimi dieci anni. Gli oltre 190 governi riuniti a Hyderabad fino al 19 ottobre, infatti, prenderanno decisioni chiave sugli ecosistemi del nostro pianeta e, sulla base dell’impegno assunto all’ultima Conferenza, nel 2010, dovranno trovare soluzioni convincenti per incrementare in modo sostanziale le risorse economiche destinate alla difesa della natura. Operazione non facile in un momento in cui anche l’ambiente è chiamato a fare i conti con una recessione che ha via via indebolito le risorse pubbliche (ma anche quelle private) impegnate in questa direzione e minaccia di riservarci scenari futuri tutt’altro che rosei.

 

A darci alcune anticipazioni su cosa accadrà in questi ultimi cinque giorni di conferenza è stato il Direttore Politiche di Conservazione Internazionali del WWF Italia, Isabella Pratesi, la quale ci ha spiegato che, conclusa la prima settimana di lavori dedicata ai vari filoni di studio, si apre adesso la parte che tutti aspettano con più trepidazione e cioè quella in cui si stabiliranno i nuovi equilibri internazionali alla luce di un una grande sfida: stabilire l’impegno economico di ogni Paese rispetto all’effettiva applicazione della convenzione sulla biodiversità.

 

«La questione calda è una – ci ha spiegato la Pratesi – e riguarda la mobilitazione delle risorse economiche per finanziare i piani strategici redatti in accordo con la convenzione e finalizzati alla conservazione della biodiversità».

 

L’obiettivo della COP indiana, infatti, è far sì che quanto sottoscritto due anni a Nagoya, in Giappone, non rimanga una semplice “espressione di buona volontà”, ma venga implementato attraverso un trattato legalmente vincolante, che imponga un utilizzo sostenibile delle ricchezze naturali del pianeta. Ovviamente con le dovute differenze tra Paesi ricchi e Paesi poveri.

 

«Rendiamoci conto che in questo pianeta i Paesi ricchi di biodiversità, come l’Amazzonia o le foreste del Bacino del Congo, sono Paesi in Via di Sviluppo, cioè quelli più poveri; quelli che invece sono responsabili di questo declino, sono i grandi consumatori, che invece dovrebbero fare uno sforzo economico maggiore».

 

Per la Pratesi, senza promesse economiche difficilmente sarà possibile realizzare qualcosa: tutti i Paesi civili e con un benessere diverso da quelli in Via di Sviluppo dovranno iniziare ad assumersi impegni anche economici, e non solo di principio, e lasciare spazio alla creatività nella messa a punto di misure fino ad oggi non contemplate.

 

«Liberare la creatività economica – ha detto la Pratesi – potrebbe essere un modo per trovare modalità di finanziamento innovative, come le tasse “verdi” per esempio, o per riuscire a inserire nei processi economici l’effettivo valore capitale della natura. Sono in troppi ormai a utilizzare la biodiversità e le risorse naturali senza pagarne l’effettivo valore».

 

Un cambio di rotta rispetto a quanto accaduto fino a oggi, insomma, una presa di coscienza collettiva da sancirsi affinché il patrimonio naturale possa conservarsi. I “servizi” che i diversi ecosistemi producono per la nostra sopravvivenza devono essere quantificati economicamente; il rischio che si nasconde dietro a una loro mancata assegnazione economica è che possano distruggersi semplicemente perché non sono stati quantificati.
L’Italia, ha fatto sapere il Ministro dell’Ambiente Clini, oltre a essere uno dei pochi Paesi ad aver redatto un rapporto sulle risorse finanziare dedicate alla conservazione della biodiversità (uno degli impegni stabiliti alla COP10), ha giocato un ruolo di rilievo nel sostegno economico a obiettivi strategici per la biodiversità, con investimenti che tra il 2009 e il 2010 sono stati stimati intorno a 1,5 miliardi di euro. La convinzione ministeriale che questo sia un tema che debba riguardare l’intero sistema-Paese e non una singola amministrazione pubblica è perfettamente in linea con il richiamo che arriva da Hyderabad: che i Governi sostanzino le loro promesse e trasformino le loro parole in azioni. Un investimento che per Isabella Pratesi protegge il futuro.

 

«La reale volontà dei Governi di raggiungere gli obiettivi per arrestare la perdita della biodiversità a livello globale – ha concluso la Pratesi – si misura oggi dall’entità degli investimenti finanziari. Vedremo quali impegni saranno assunti dalla COP11, in particolare dai Paesi più ricchi per aiutare i Paesi più poveri, e da tutti i Paesi per incrementare i loro budget nazionali. La natura sostiene la nostra esistenza sul pianeta ed i Governi devono investire nella conservazione della biodiversità se pensano seriamente al nostro futuro».