• Articolo Stanford, 20 gennaio 2015
  • Per i ricercatori della Stanford University vanno calcolati 220 dollari a tonnellata, non 37.

    Bugie USA sul costo sociale del carbonio

  • Il governo degli Stati Uniti ha tenuto un basso profilo nello stimare il costo sociale del carbonio, ma uno studio di Nature smaschera l’“errore”

Bugie USA sul costo sociale del carbonio

 

(Rinnovabili.it) – Qual è il vero costo sociale del carbonio? Le risposte sono diverse: secondo il governo degli Stati Uniti, nel 2010 era 24 dollari a tonnellata. Nel 2012 sono diventati 37. Ora, un nuovo articolo firmato da due ricercatori della Stanford University, e pubblicato su Nature, sostiene che le stime sono ampiamente false. Una tonnellata di CO2 costerebbe infatti 220 dollari.

 

Il costo sociale del carbonio è un importante metodo di misurazione dei danni economici causati dai cambiamenti climatici, tanto che viene anche utilizzato per stilare le analisi costi-benefici su cui si fondano le normative di adattamento. È nato grazie a un provvedimento governativo di 5 anni fa, e la metodologia utilizzata include variabili come la perdita di produttività agricola, i danni da inondazioni e il costo sanitario di alcune malattie. È stato sviluppato in risposta a un ordine della US District Court che chiedeva all’amministrazione Obama di introdurre l’elemento clima nelle analisi costi-benefici. L’amministrazione ha ottemperato nel più rapido dei modi: aggirando il problema. Un costo sociale del carbonio a 37 dollari per tonnellata, infatti, a chi conviene? Prima di tutto alle industrie, che hanno buon gioco nel proseguire ad inquinare indisturbate. Poi al governo stesso, che può basare le proprie misure di contrasto al cambiamento climatico su un impatto sociale ottenuto truccando le carte per spendere poco. Il risultato del nuovo rapporto, però, getta luce sulla questione, rivelando che il governo sta fornendo cifre sballate circa i costi delle emissioni.

 

Bugie USA sul costo sociale del carbonio-

 

«Se il costo sociale di carbonio è più alto, molte altre misure di mitigazione passeranno un’analisi costi-benefici», ha scritto in un comunicato Delavane Diaz, co-autore del report e dottorando presso la Scuola di Ingegneria di Stanford. Tradotto, vuol dire che parecchie normative a tutela dei rischi ambientali e sociali potrebbero diventare alternative economicamente valide, e non più delle misure esageratamente onerose e impraticabili.

Ma come è possibile che il costo sociale del carbonio per l’economia globale sia circa 6 volte maggiore di quello calcolato dall’amministrazione USA? I ricercatori sostengono che fino ad oggi si è cercato di sottostimare il parametro per un semplice motivo: il Pil stenta a crescere quando i Paesi utilizzano il proprio capitale per riparare i danni del cambiamento climatico (ma non solo quelli) invece di spendere denaro in nuovi investimenti.

 

Lo studio, a questo punto, potrebbe contribuire a influenzare le normative sugli standard del carburante e le emissioni al camino degli impianti a carbone. L’anno scorso, il Natural Resources Defense Council aveva già rilevato decine di elementi non conteggiati dal calcolo del governo, tra cui alcuni impatti del climate change che già si stanno verificando: ad esempio il picco dei prezzi alimentari, le migrazioni di alcune specie, l’erosione del suolo e l’aumento dei casi di malattie respiratorie.

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