• Articolo Cincinnati, 7 novembre 2018
  • Criptovalute insostenibili: costo energetico troppo elevato

  • Secondo una nuova ricerca dell’Oak Ridge Institute di Cincinnati, le criptovalute richiedono molta più energia elettrica per dollaro di quella necessaria per estrarre la maggior parte dei metalli reali

criptovalute

 

La ricerca è la prima a valutare il costo dell’energia delle criptovalute per dollaro

 

(Rinnovabili.it) – Circa 17 megajoule di energia per estrarre un dollaro di Bitcoin, contro i 4, 5 e 7 necessari rispettivamente per rame, oro e platino. A denunciare l’enorme quantità di energia elettrica richiesta dalla criptovalute per dollaro sono i ricercatori dell’Oak Ridge Institute di Cincinnati (Ohio), secondo i quali la quantità di energia richiesta per “estrarre” il valore di un dollaro di Bitcoin – una delle criptovalute in circolazione – è più del doppio di quella richiesta per estrarre lo stesso valore di rame, oro o platino, un lavoro virtuale, quello che sostiene tali progetti, molto più simile all’estrazione mineraria reale di quanto si creda. Nel mirino dell’estremo spreco energetico anche le altre criptovalute: 7 MJ per estrarre un dollaro di Ethereum, 14 MJ per Monero. L’unico metallo reale che le criptovalute non superano, in termini di energia richiesta, è l’alluminio, con 122 MJ di energia necessaria per estrarne un dollaro.

 

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Già in passato sono stati condotti studi per misurare la quantità di elettricità consumata per alimentare la rete delle criptovalute, ma tutti si sono concentrati sull’analisi della dimensione della rete in modo aggregato: nel novembre 2017, una stima ha equiparato il consumo energetico della rete a quello dell’Irlanda; un altro ha notato che produceva le stesse emissioni annue di carbonio di un milione di voli transatlantici. Il nuovo documento, invece, è il primo a esaminare il costo dell’energia per dollaro. “Il confronto è fatto per quantificare e contestualizzare la domanda energetica decentralizzata che richiede l’estrazione di queste criptovalute – scrivono gli autori della ricerca – e incoraggiare il dibattito su quanto queste richieste di energia siano sostenibili e appropriate”.

 

I cosiddetti “minatori delle criptovalute”, infatti, estraggono moneta virtuale attraverso un hardware che lavora ininterrottamente, eseguendo calcoli matematici (mining), e che comporta un notevole dispendio energetico, spesso poco conveniente per il singolo operatore. A ciò si aggiunge anche il fatto che questa contabilità energetica dipende molto dal paese di appartenenza dei minatori. I ricercatori, infatti, hanno anche tentato di giustificare la dispersione geografica dei minatori bitcoin, spiegando che qualsiasi criptovaluta prodotta in Cina genererebbe quattro volte la quantità di CO2 rispetto alla quantità generata in Canada, e che l’impatto ambientale delle criptovalute varierà non solo con il loro valore di mercato, ma anche con l’adozione di nuove tecnologie.

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