• Articolo Brasilia, 30 giugno 2016
  • La denuncia in uno studio dell'Università federale del Para occidentale

    Deforestazione: nuove dighe in Brasile scatenano gli speculatori

  • Le piccole aziende useranno i profitti dei lavori per gli impianti idroelettrici per accaparrarsi altra terra da destinare a coltivazioni di soia e allevamenti estensivi

Deforestazione: nuove dighe in Brasile scatenano gli speculatori

 

(Rinnovabili.it) – Se verranno costruite, le dighe di Tapajos non allagheranno soltanto un’area estesa quanto la città di New York in barba ai diritti delle popolazioni indigene. Il rischio collegato ai nuovi impianti che dovrebbero sorgere nel cuore dell’Amazzonia è l’aumento vertiginoso della deforestazione. Lo rivela uno studio dell’Università Federale del Para Occidentale appena pubblicato, che sottolinea come l’impatto sociale della grande opera sia stretto in un abbraccio mortale con le conseguenze che patirà l’ambiente.

Il meccanismo che si sta per innescare è questo. Per costruire le dighe viene impiegata manodopera proveniente da molte piccole aziende locali. Con i profitti che ne ricaveranno, è estremamente probabile che puntino ad accaparrarsi quanta più terra possibile per coltivare soia e allevamenti estensivi. Come? Iniziando una deforestazione serrata. Il perché lo spiega Philip Fearnside, docente al National Institute for Amazonian Research e co-autore dello studio: «Molta terra in Amazzonia non ha uno status legale ben definito. Perciò gli speculatori occuperanno le terre “senza titoli” e abbatteranno gli alberi per attestare una sorta di diritto di proprietà».

 

Il maxi progetto idroelettrico dovrebbe invadere il fiume Tapajós, un affluente del Rio delle Amazzoni lungo 800 chilometri, rimasto finora libero dalle dighe. Sulle sue sponde si sono sviluppate comunità indigene tra cui i Munduruku che contano, complessivamente, circa 14.500 individui. Nella foresta circostante, inoltre, vivono una quantità di specie animali e vegetali.

Il progetto è stato congelato lo scorso aprile grazie al polverone sollevato dal mondo ambientalista, tra cui Greenpeace, riguardo i diritti degli indigeni. Ma il golpe morbido che ha deposto la presidente Dilma Roussef rischia di mettere nuova benzina nel serbatoio della speculazione: il nuovo governo vuole togliere l’obbligo di presentare studi scientifici sugli impatti antropologici, botanici e biologici delle grandi opere, finora necessari per iniziare i lavori.

Ma i tassi di deforestazione in Brasile sono in forte risalita già da qualche tempo. Il disboscamento è ripreso, dopo un calo tra 2003 e 2013, registrando un balzo del 16% nel 2015: l’Amazzonia sta scomparendo al ritmo di due campi da calcio al minuto.

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