• Articolo Roma, 20 febbraio 2013
  • Emergenza ambientale: primo test del nuovo governo

Emergenza ambientale: primo test del nuovo governoNuovo governo nazionale, nuovi governi locali, campagne elettorali in pieno svolgimento. In tutti i programmi elettorali c’è sempre, talvolta affrettato, un riferimento all’ambiente, all’economia verde, al territorio, alla sostenibilità, ma credo che gli elettori avrebbero motivo di chiedere a chi eleggeranno in Parlamento o alla Regione o al Comune, che cosa intende fare per i veri problemi ambientali del suo territorio. Proverò a citarne alcuni in un elenco molto parziale.

 

Comincerò con la difesa del suolo: per evitare future frane e alluvioni sarebbe bene che i candidati mostrassero di essere consapevoli che occorre avviare delle opere di rimboschimento e di aumento della protezione vegetale dei terreni e di pulizia del greto di torrenti, fossi, fiumi, una specie di polizia e igiene idraulica, in modo da identificare dove si trovano degli ostacoli e freni al libero moto delle acque quando aumentano improvvisamente le piogge. Che tale aumento sia certo, nei prossimi mesi e probabilmente per tutta la nostra vita futura, è garantito dagli irreversibili mutamenti climatici dovuti alla modificazione della composizione chimica dell’atmosfera.

 

A questo proposito credo sia doveroso chiedere ai candidati quali indirizzi daranno ai governi, nazionale e locali per quanto di loro competenza, per rallentare le immissioni di gas serra (anidride carbonica e metano, soprattutto) nell’atmosfera. Non si tratta di azioni di competenza soltanto delle Nazioni Unite, perché ciascun paese è tenuto a fare la sua parte con azioni sulla regolazione del consumo di carbone, petrolio, gas naturale, sulle emissioni di metano dalla putrefazione dei rifiuti nelle discariche e negli allevamenti animali.

 

Un secondo problema, strettamente legato alla difesa del suolo, riguarda la guerra alla sete: l’acqua per le città, le industrie, i campi, circa 40 miliardi di metri cubi all’anno, proviene dai pozzi, dai fiumi, dai bacini continuamente riforniti dai 150 miliardi di metri cubi di acqua che cade ogni anno come pioggia e neve sul territorio nazionale. In questi ultimi anni proprio i mutamenti climatici hanno provocato settimane e mesi di scarsità e mancanza di acqua, con maggiori danni nel Mezzogiorno e nelle isole.

 

E poi di quale acqua parliamo? Non appena si misurano i caratteri chimici stabiliti delle norme europee ci si accorge, per esempio, che la concentrazione di arsenico nelle acque di alcune zone dell’Italia centrale è così elevata da costringere i sindaci a dichiarare non potabile, secondo la legge, l’acqua dei loro acquedotti, per la maggior gloria dei venditori di acqua in bottiglia il cui uso raggiunge già livelli insostenibili, oltre 10 milioni di metri cubi all’anno in miliardi di bottiglie di plastica o vetro. Legato alla circolazione dell’acqua nel territorio è anche il problema delle fognature e dei depuratori; è il Parlamento che stabilisce quanti soldi potranno essere spesi, ma sono le amministrazioni locali che dovranno vigilare se le fogne sono efficienti, se i depuratori funzionano davvero o se ci si accontenta di una pulitina prima di mettere le acque sporche nel mare dove poi fioriranno le alghe d’estate e compariranno meduse e batteri, con piagnistei per la crisi del turismo.

 

Altro urgente problema che i nuovi legislatori e amministratori dovranno affrontare riguarda lo smaltimento dei rifiuti, affidato a società spesso private il cui fine è il profitto aziendale, piuttosto che una ragionevole raccolta differenziata, un utile riciclo dei rifiuti riciclabili, un deposito in discariche più o meno ben fatte, un trattamento che assicuri la riduzione dell’ingombrante volume dei rifiuti. Si tratta di decidere ogni anno che cosa fare di 35 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, cento milioni di tonnellate di rifiuti agricoli, industriali e di residui di demolizioni di edifici, fra cui alcuni milioni di tonnellate del sempre presente amianto che non muore mai e si infila dovunque continuando a diffondere malattie e tumori.

 

I nuovi amministratori dovranno decidere le azioni per la protezione delle spiagge contro l’erosione, altro problema legato alla sorte del turismo futuro, come diminuire l’inquinamento industriale, come bonificare le discariche di scorie tossiche, vecchie ormai di anni o decenni, quali industrie incentivare, al di la delle etichette “verdi” e “bio”, in modo da assicurare lavoro e salute. Non si tratta di eleggere ecologisti o presunti tali, ma di augurarsi che nelle cariche elettive vadano amministratori capaci di documentarsi su qualche buon libro prima di votare su un inceneritore o un rigassificatore.

 

Molti candidati parlano di nuova moralità, di lotta alla criminalità; ebbene la violenza alla natura e all’ambiente è la prima vittima della criminalità, da quella apparentemente modesta dell’abusivismo edilizio, alla corruzione nelle costruzioni di depuratori e canalizzazioni e strade. Tutte le azioni di difesa dell’ambiente a cui ho fatto un breve cenno richiedono soldi e il vero collaudo delle promesse elettorali sta proprio nel controllo di come saranno affidati e spesi questi soldi