• Articolo Roma, 22 febbraio 2014
  • Emergenza terre rosse: esistono alternative ai diserbanti?

  • Utilizzati da parecchi decenni, i diserbanti sembrano essere sempre più indispensabili per combattere le erbacce. Cosa stiamo rischiando e quali alternative abbiamo?

Emergenza Terre rosse: esistono alternative ai diserbanti? (Foto di italianostrasiena.wordpress.com)

Campi rossi (Foto di italianostrasiena.wordpress.com)

Complici un inverno piovoso e le temperature miti, le nostre campagne e tutte le aiuole di città si sono ricoperte di un manto erboso più abbondante e vigoroso del solito. Sarà per questa ragione che l’utilizzo dei diserbanti nelle ultime settimane balza agli occhi con maggiore evidenza. Il segno del passaggio degli erbicidi è inequivocabile, le suddette erbe spontanee assumono in pochi giorni una colorazione che va dal giallo al rosso, toni tipici delle foglie in autunno. Le calde tinte fuori stagione sono visibili ai margini stradali o in interi campi e la diffusione del fenomeno è tale da far sorgere preoccupazioni e numerosi interrogativi sui rischi che l’utilizzo di certe sostanze chimiche può provocare nel breve, medio e lungo periodo ai nostri territori.

L’utilizzo degli erbicidi è molto diffuso nell’agricoltura convenzionale. Gli antichi, faticosi e dispendiosi metodi dell’eliminazione manuale delle erbe dannose dalle coltivazioni, sono stati sostituiti da molti anni dalla chimica. Più recente la pratica di utilizzare sostanze diserbanti lungo i margini stradali, considerata più conveniente dei tradizionali tagli periodici delle erbe troppo vigorose.

 

Partiamo da quest’ultimo caso. L’Anas, gestore della rete stradale ed autostradale italiana, ha tra i suoi compiti, la manutenzione del verde lungo le strade statali. Ci siamo rivolti al suo ufficio stampa chiedendo informazioni sulla diffusione dell’utilizzo degli erbicidi nella pulizia dei bordi stradali, sulle sostanze utilizzate, sulle precauzioni prese per la tutela della salute di operatori e cittadinanza, sul rapporto con le amministrazioni locali i cui territori sono interessati dallo spargimento di tali sostanze chimiche. E queste sono le risposte che abbiamo ricevuto in forma scritta:

“La manutenzione del verde e la pulizia delle pertinenze lungo le strade statali viene affidata dall’Anas, secondo uno specifico capitolato tecnico nazionale, a ditte specializzate e abilitate che utilizzano, nelle forme e secondo le prescrizioni previste, appositi prodotti consentiti dalla normativa europea, nazionale e regionale vigente, registrati presso il Ministero della Sanità e reperibili in commercio senza la necessità di particolari autorizzazioni per l’acquisto.

Per questo motivo, l’Anas non conosce i quantitativi utilizzati.

Si tratta di prodotti non pesticidi, biodegradabili, solitamente a base di glyphosate, che non lasciano residui tossici dopo la loro applicazione e vengono utilizzati in percentuali e con modalità tali da non risultare pericolosi o nocivi né per l’uomo né per l’ambiente.

Questi prodotti, comunemente impiegati anche dagli altri Enti gestori di strade, devono inoltre: essere registrati per impieghi nel settore civile; non essere riconosciuti a possibile rischio di effetti cancerogeni dalla Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale (CCTN), dal Centro Studi del Ministero della Sanità nonché dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (AIRC) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità; non riportare in etichetta frasi di rischio per la fauna terrestre ed acquatica nonché per la microfauna e la microflora; essere distribuiti nel rispetto delle norme stabilite nell’articolo 6 del Dpr 2361/88 (Zona di rispetto con estensione non inferiore a 200 metri di raggio dal punto di cooptazione delle acque destinate al consumo umano).

Prima dell’inizio dei lavori l’impresa specializzata comunica regolarmente alla Asl competente per territorio l’elenco dei prodotti e il calendario delle applicazioni programmate ottenendo, laddove previsto dalla normativa regionale, il nulla osta dell’autorità sanitaria.

L’Anas, in qualità di stazione appaltante, verifica comunque l’operato delle imprese esecutrici, al fine di rilevare eventuali usi scorretti dei prodotti in violazione dei contratti sottoscritti”.

 

Non è più dunque lo stesso personale dell’Anas ad occuparsi della pulizia, ma società specializzate a cui la manutenzione viene affidata in appalto. All’Azienda Nazionale Autonoma delle Strade resta comunque il compito di verificare il corretto operato delle esecutrici. A noi invece restano i timori sulle conseguenze che comunque queste sostanze hanno sull’ambiente.

Partiamo da un problema di grande attualità, sempre a causa delle insistenti piogge di questo inverno. Le erbe con le loro radici svolgono una fondamentale funzione di trattenimento del terreno, aiutando inoltre l’acqua a penetrare in profondità. In assenza di un compatto tappeto di erbe spontanee è più probabile che le scarpate franino verso il basso o quantomeno che la terra disciolta invada la carreggiata con conseguente rischio di incidenti. Una volta distrutto, il manto erboso è difficile da ricostituire; infatti il diserbo è più efficace per alcune erbe che per altre e le più resistenti, nelle annate successive, non avendo più competizione naturale, si faranno più aggressive. In pratica iniziare l’utilizzo dei diserbanti costringe a proseguire stagione dopo stagione.

E la biodiversità, per la cui difesa i capi di Stato dell’Unione Europea si accordarono per una strategia che doveva frenarne la perdita entro il 2010, non è più un tema interessante? Per alcune erbe spontanee le zone marginali costituiscono l’ultimo territorio possibile e impedirne la crescita significa impoverire l’intero ecosistema, favorendo poche specie potenzialmente più dannose e difficili da controllare.

Il professor Fabio Taffetani, botanico dell’università politecnica delle Marche, spiega che il glyphosate, il diserbante utilizzato da Anas, è il più aggressivo e meno selettivo oggi sul mercato. “Tra le precauzioni d’uso del glyphosate – scrive il professor Taffetani – c’è il divieto assoluto di irrorare i bordi dei corsi d’acqua e delle zone umide a causa della sua accertata tossicità, anche a basse concentrazioni, sugli organismi acquatici”. Gli effetti del veleno non possono essere limitati alle sole erbe indesiderate, si estendono inevitabilmente alle  specie animali, coinvolgendo l’intera catena alimentare. L’uomo non ne resta certamente escluso, si pensi soltanto all’abitudine della raccolta di piante spontanee per uso alimentare.

 

Per il professor Gianni Tamino, docente di Biologia presso l’Università degli studi di Padova,  il  glyphosate si trasforma in una sostanza attiva che viene assorbita dal terreno e uno studio scientifico pubblicato dalla rivista  Cancer collegherebbe l’uso del glyphosate all’aumento del numero di persone colpite da linfoma non Hodgkin.

L’erba, come ogni vegetale, vive grazie alla fotosintesi che consuma anidride carbonica, la grande imputata per i cambiamenti climatici. In città, per contrastare il calore, si raccomandano tetti e balconi verdi, che senso ha dunque rinunciare al compito svolto dalle erbe spontanee nella produzione di ossigeno?

 

Infine, vale la pena soffermarsi sull’impatto estetico di tale pratica. Al verde brillante punteggiato di fiori variopinti, si contrappongono tristi scene di erbe morenti, per le quali è comunque necessario intervenire con il taglio se non si vuole anticipare di qualche mese il fenomeno degli incendi di sterpaglie.

I diserbanti vengono ampiamente utilizzati in agricoltura, anche se molte esperienze provano ad indicare altre strade, appare difficile pensare di rinunciarvi nell’epoca delle monocolture. Ne abbiamo parlato con Stefano Soldati, esperto di agricoltura biologica e cofondatore dell’Accademia Italiana di Permacultura, parola coniata da Bill Mollison, scienziato e naturalista australiano. La Permacultura viene definita “un metodo per progettare e gestire paesaggi antropizzati in modo che siano in grado di soddisfare i bisogni della popolazione quali cibo, fibre ed energia e al contempo presentino la resilienza, ricchezza e stabilità di ecosistemi naturali”. In Permacultura la parola “erbacce” è vietata, le verdi conquistatrici di territorio si chiamano “piante pioniere”.

 

“La Permacultura non dice sì o no all’utilizzo di diserbanti – spiega Stefano Soldati – ma si interroga su come ridurre il più possibile l’impatto dell’uomo sull’ambiente. I diserbanti hanno indubbiamente un forte impatto sulla vita del terreno, si tratta di veleni, meglio dunque cercare delle alternative quando possibili. Le alternative ci sono, siamo di fronte ad un problema culturale, non tecnico. Non critichiamo gli agricoltori, che sono disperati, anche loro duramente colpiti dalla crisi. In realtà siamo noi consumatori a doverli aiutare, scegliendo prodotti di qualità italiani, pagandoli se necessario un po’ di più”.

 

Il giusto approccio – continua Soldati – dovrebbe partire dalla conoscenza del terreno, che non è un supporto, ma un organismo vivente. Va data priorità alla fertilità della terra e penso a pratiche come il sovescio, che consentono di non aver bisogno di diserbanti”.

Viviamo in un’epoca in cui la consapevolezza che il nostro destino è legato alla tutela dell’ambiente è molto diffusa. E’ il momento, dunque, di intervenire contro pratiche, apparentemente comode, che hanno già ampiamente dimostrato di essere insostenibili nel lungo periodo.