• Articolo Bruxelles, 15 gennaio 2020
  • UE: i primi dubbi sul Fondo di transizione equa

  • Tenendo conto delle ambizioni del Green New Deal, la somma di denaro fresco (pari a 7,5 miliardi di euro) stanziata dal Fondo di transizione equa appare troppo bassa per rispondere alle future sfide climatiche. Dubbi anche su gas, ETS e criteri di ammissibilità al Fondo.

Ad un giorno dalla presentazione del Fondo di transizione equa, arrivano le prime critiche per i piani climatici della Commissione.

 

(Rinnovabili.it) – Ieri la Commissione europea ha finalmente svelato i tanto attesi piani di transizione “verde”. Si tratta del cosiddetto Sustainable Europe Investment Plan, il piano che sosterrà finanziariamente il raggiungimento della neutralità climatica nell’UE, comprensivo del Just Transition Mechanism, un Fondo di transizione equa da 100 miliardi di euro che tra le sue novità più rilevanti perde la voce “nucleare”. Tuttavia, sono già stati sollevati dubbi sull’ammontare dei finanziamenti offerti per il prossimo decennio, e proprio tenendo in conto quelle che avrebbero dovuto essere le ambizioni del Green New Deal europeo.

 

Presentato da Frans Timmermans come un “impegno di solidarietà ed equità”, il Fondo di transizione equa è il cuore pulsante del più ampio meccanismo che mira a mobilitare capitali attraverso sovvenzioni, investimenti privati ​​e sostegno della Banca Europea per gli Investimenti (BEI). Ma la cifra di ‘denaro fresco’ promessa del fondo, pari a 7,5 miliardi di euro, è già stata criticata per essere troppo bassa per corrispondere alla dimensione della sfida futura.

 

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Come riportato da Euroactiv, l’eurodeputata tedesca Niklas Nienass ha paragonato la cifra complessiva di 100 miliardi di euro a una “mano leggera”, mentre Friends of the Earth Europe ha affermato che “è troppo poco per adeguarsi alla scala di trasformazione necessaria per affrontare l’emergenza planetaria. A questi commenti si sono aggiunti quelli del gruppo sindacale CES Confederal, secondo cui “il finanziamento proposto per 10 anni è quello che sarebbe necessario ogni anno per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 in modo equo”. Inoltre, secondo il segretario del sindacato, Ludovic Voet, “esiste il rischio che la maggior parte dei fondi messi a disposizione siano destinati alla ricerca e all’innovazione anziché a beneficio diretto dei settori interessati”.

 

Ma non è solo l’entità dei finanziamenti a far storcere il naso. Infatti, sebbene il nucleare sia stato escluso dalle fonti energetiche che trarranno beneficio dal Fondo di transizione equa, il gas sembra destinato a mantenere il supporto delle casse UE, anche se la Commissaria alle Politiche regionali, Elisa Ferreira, ha dichiarato che anche il combustibile fossile sarà escluso.

 

L’attuale Commissario europeo per la stabilità finanziaria, i servizi finanziari e il mercato unico, Valdis Dombrovskis, ha recentemente delineato un più ampio piano di investimenti da 1 miliardo di miliardi di euro che farà affidamento sulla politica di investimento della BEI, i ricavi generati dall’ETS (il sistema di scambio di quote di emissione) e sulla Tassonomia delle finanze. Per il Commissario, i fondi non dovranno solo essere stanziati, ma anche e soprattutto spesi (cosa spesso non avvenuta con i Fondi di coesione). Per questa ragione, l’esecutivo dell’UE individuerà dei meccanismi affinché i paesi possano accedere al denaro e ad assorbirlo. Tuttavia, anche rispetto ai ricavi dell’ETS, alcuni eurodeputati propongono la possibilità di convogliarli direttamente nel Fondo di transizione equa, questione piuttosto controversa visto che il denaro viene incanalato normalmente direttamente nei bilanci dei singoli Stati membri.

 

Un’altra questione che probabilmente dividerà politici, inoltre, riguarda chi sarà ammissibile al Fondo, con la Commissione che cerca di aprire la porta a qualsiasi Stato membro. Sebbene questi ultimi dovranno soddisfare determinati criteri economici, sociali e scientifici, alcuni esponenti politici (specialmente dell’Europa centrale e orientale) hanno già affermato che solo i paesi più colpiti dalla questione dovrebbero essere in grado di presentare domande. La palla ora passa al Consiglio Europeo, che affronterà la spinosa questione dei criteri di accesso e i temi dedicati al bilancio. A seconda di quello che emergerà, si capirà se la Commissione sarà in grado di farsi strada o se verranno modificati criteri e risorse di finanziamento.

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