• Articolo Londra, 4 aprile 2012
  • Diario olimpico

    Garden for the Games

  • Londra 2012, come le altre recenti Olimpiadi, ha posto al centro della sua azione la sostenibilità. La storia recente ci ha dimostrato che spesso i buoni propositi sono però rimasti sulla carta

Da quando la capitale britannica ha vinto la corsa per l’organizzazione, circa sette anni fa, il Comitato organizzatore (LOCOG) ha intrapreso diverse iniziative green. Tra queste l’elaborazione, nel 2009, di linee guida per la realizzazione di eventi pubblici, che sono poi state determinanti per lo sviluppo di un nuovo standard britannico (BS 8901) e relativa certificazione di qualità. A febbraio di quest’anno è stato pubblicato un documento programmaticamente intitolato “London 2012 Zero-Waste Games Vision” e un conseguente protocollo per il raggiungimento di tale scopo “London 2012 Zero-Waste Events Protocol”. E’ recente infine, con l’approssimarsi della primavera, l’invito che il Comitato Organizzatore ha rivolto alla città di festeggiare il passaggio della torcia olimpica arricchendo i giardini privati con fiori e piante, aprendoli ai propri vicini e diventando così “local leader” dei Giochi. L’idea (Garden for the Games) rientra nelle iniziative volte a coinvolgere la cittadinanza nella celebrazione dei Giochi utilizzando, in questo caso, una tradizione propria dei britannici: l’amore per il giardinaggio. Ha avuto modo di dichiarare Sebastian Coe, presidente del LOCOG: “Siamo un popolo di giardinieri; mi auguro che tutti colgano l’opportunità offerta dalle Olimpiadi per invitare amici, parenti, vicini e per mostrare orgogliosi i propri giardini…

Proprio questo invito sposta l’asticella dello sport green verso traguardi fino a poco tempo fa impensabili,vista anche la storia relativamente recente del tema, potendo fissare una data e un luogo di origine ben precisi: le Olimpiadi invernali di Lillehammer del 1994, famose, ai più, soprattutto per il bottino di medaglie dell’Italia, con Manuela Di Centa autentica regina del Nord.
L’appuntamento norvegese, dal punto di vista storico, può vantare una serie di primati. Fu la prima Olimpiade dell’era moderna durante la quale si fermò una guerra, quella bosniaca, in onore di Sarajevo, sede delle Olimpiadi invernali del 1984; non accadeva da circa 2000 anni! Furono gli unici Giochi che si svolsero in un piccolo centro (25.000 anime) sconosciuto ai più e destinato, dopo di allora, a tornare nell’anonimato. Dal punto di vista culturale, l’evento segnò uno spartiacque per la coscienza dello sport mondiale (e del Comitato Olimpico Internazionale). Se prima di allora le associazioni ambientaliste erano viste come un noioso impedimento, in quell’occasione furono chiamate alla gestione organizzativa. In particolare, Friends of the Earth Norway trasferirono il loro quartier generale proprio a Lillehammer, riuscendo ad influenzare molte decisioni del CIO e del Comitato Organizzatore.

Gli impianti vennero realizzati con il principio del minor impatto possibile, cercando di applicare anche le più recenti innovazioni in tema di risparmio energetico. Significativa la storia della Håkons Hall (lo stadio del ghiaccio). Parzialmente interrato per essere meno visibile, capace di massimizzare l’utilizzo del sistema di raffreddamento (della pista di ghiaccio) con quello del riscaldamento dei locali,è ancora oggi utilizzato per numerose manifestazioni sportive, di alto livello e locali. Si può dire che Håkons Hall rappresenta la metafora dello sport moderno, declinando in tutte le forme il concetto di sostenibilità: ambientale, economica, sociale.

La sensibilità del paese scandinavo si sommò al sentimento generale dell’epoca, frescodella Conferenza di Rio (1992) che poneva all’attenzionedei Paesi il collasso ambientale.Questi Giochi, unicie irripetibiliper forza simbolica, innovazione e semplicità (come estrema sintesi della sostenibilità) ottennerol’UNEP Global 500 Award, fissando anche gli obiettivi futuri per tutti gli enti organizzatori e per gli sport maker di tutte le latitudini.

Dopo di allora il mondo sportivo non fu più lo stesso. Nel 1995 il Comitato Olimpico Internazionale rafforzò la collaborazione tra UNEP e CIO, che portò in breve alla stesura dell’Agenda 21 per lo sviluppo dello Sport sostenibile. Sempre nel 1995, cosa più importante, la sostenibilità divenne la terza dimensione dell’Olimpismo, insieme a sport e cultura. Ciò significava che da allora in poi il concetto di rispetto ambientale avrebbe concorso all’assegnazione dei Giochi Olimpici.

Cosa questo ha implicato nella storia delle Olimpiadi e dello sport in generale? Come può essere “sostenibile” un evento che rappresenta, per interessi e numeri, il più imponentee universale (in tempo di pace)? Le “provocazioni” di Lillehammer, raccolte e migliorate da Sydney, ma abbandonate dalle altre sedi olimpiche, avevano posto problemi con i quali tutti, da allora, sono stati chiamati a confrontarsi, senza risolverli completamente.

Londra 2012 intanto, a primavera, invita i propri cittadini ad abbellire i giardini. Noi seguiremo i suoi sforzi.

 

di Antonio Ungaro