• Articolo Roma, 10 settembre 2015
  • Le conclusioni del meeting internazionale

    Giustizia ambientale: l’arma contro i cambiamenti climatici

  • Un panel di alto livello riunito a Roma ha criticato l’inerzia politica sui cambiamenti climatici e delineato gli scenari che il mondo potrebbe fronteggiare

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(Rinnovabili.it) – I disastri legati ai cambiamenti climatici colpiscono già oggi milioni di persone ogni anno, e la COP 21 di Parigi non può voltar loro le spalle con un ennesimo flop. Con l’aspirazione di alimentare il dibattito in vista del prestigioso appuntamento del 30 novembre-11 dicembre, si è tenuto oggi il meeting internazionale “Giustizia ambientale e cambiamenti climatici, verso Parigi 2015”, presso l’Istituto Patristico Augustinianum di Roma. Organizzato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, l’incontro ha visto la partecipazione di un panel di alto livello: dall’attuale presidente dell’IPCC, Ismail Elgizouli, al presidente del Grantham Research Institute, Nicholas Stern, passando per Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute e Lamia Kamal-Chaoui, segretario generale dell’OCSE.

 

La giornata si è aperta con l’intervento del ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti: «Dobbiamo trovare un accordo ambizioso, Parigi non può essere un altro fallimento – ha dichiarato il ministro – L’enciclica del Papa è illuminante, sottolinea che quello dell’ecologia è un problema etico e morale, quindi è questo l’approccio che dobbiamo avere. Smettiamo di chiederci soltanto quanti soldi dobbiamo sborsare per risolvere il problema».

Ecco perché il convegno ha voluto porre la crisi climatica in relazione alla giustizia ambientale. Secondo Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, il legame esiste ed è profondo, perché pone il tema di un legame ecologico dell’uomo con tutto ciò che esiste.

«La giustizia ambientale si fonda su due presupposti – ha spiegato Ronchi – un giusto rapporto tra l’uomo e la natura, che rappresenta un valore etico in sé, e il pari diritto di accesso per tutte le persone al patrimonio naturale comune».

 

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Ma il nostro mondo è vessato da una continua ingiustizia ambientale. I disastri naturali si stanno abbattendo e si abbatteranno soprattutto sulla parte più povera del pianeta, su comunità inermi ed esposte agli effetti più catastrofici del riscaldamento globale. Eppure siccità, inondazioni, alluvioni e gli sfracelli che ne conseguono, non investiranno soltanto il terzo mondo. La stessa Europa e gli Stati Uniti stanno subendo le prime conseguenze delle metamorfosi di portata epocale, mai sperimentata dal genere umano nella sua storia. Fino ad oggi la politica ha sempre fallito. Da quando le COP climatiche hanno avuto inizio, con Rio 1992, invece di ridursi, le emissioni sono cresciute del 30%. È chiaro dunque qual è stato l’esito delle trattative. Secondo i rapporti dell’IPCC il trend attuale porterà ad un aumento delle temperature fra 3.6 e 4.8 °C entro il 2100, riscaldamento che potrebbe perfino estendersi a +6 °C. Se rimarremo su questi binari, prepariamoci a cambiamenti climatici catastrofici. Per mantenere un 50% di possibilità di scampare al disastro, secondo l’IPCC è necessario restare entro i 2°C di aumento della temperatura media globale rispetto ai livelli preindustriali. In Italia è già cresciuta di 1.5 °C, ben oltre la media mondiale che oggi si attesta a circa 0.8 °C.

 

Ismail Elgizouli, attuale numero uno dell'IPCC

Ismail Elgizouli, attuale numero uno dell’IPCC

Ismail Elgizouli, attualmente a capo del panel sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, ha spiegato che «ci troviamo di fronte ad un aumento delle emissioni senza precedenti negli ultimi 800 mila anni. Oltre il 60% provengono da combustibili fossili e processi industriali. Ci rimangono 1000 gigatonnellate di CO2 da consumare per restare nel target di 2 °C fissato dall’IPCC. Dureranno per circa 15 anni, perciò servono misure urgenti per non rischiare un aumento delle temperature che può arrivare fino a 6 °C».

Nel prossimo futuro vedremo sempre più immagini di inondazioni, alluvioni, siccità, «perché il problema del clima peggiorerà – ha detto, senza mezzi termini, il professor Jeffrey Sachs – Ad esempio, il sud dell’Europa è ad alto rischio siccità. Voi siete la culla della nostra civiltà, ma adesso questa culla è in pericolo. Serve abbracciare l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile, e il 25 settembre l’ONU presenterà i 25 punti per raggiungerlo. Vedremo se a Parigi queste sollecitazioni saranno accolte».

Se non riusciremo a rimodulare il modello di sviluppo, le colture di grano, mais e riso subiranno conseguenze pericolosissime: «vi sarà una contrazione nella resa delle coltivazioni che può mettere a rischio la sicurezza alimentare del pianeta», ha messo in guardia Elgizouli, spiegando che la fame, insieme agli eventi estremi, sta innescando flussi migratori che in futuro diverranno sempre più ampi.

 

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«Secondo l’UNEP, solo in Africa, 50 milioni di migranti potrebbero mettersi in moto entro il 2060 a causa del cambiamento climatico», ha spiegato Lamia Kamal-Chaoui, senior advisor del segretariato generale dell’OCSE. Ecco perché «sradicare la povertà e agire contro i cambiamenti climatici sono due aspetti di una lotta comune. Siamo stati accecati dalla crescita, dimenticando le sue conseguenze ambientali e sul clima». Una crescita inclusiva può essere promossa, secondo Kamal-Chaoui, a partire dal basso: «I sindaci hanno un ruolo fondamentale in questo percorso.

Nicholas Stern, presidente del Grantham Research Institute

Nicholas Stern, presidente del Grantham Research Institute

Investire nell’efficienza energetica e nella gestione sostenibile del territorio ha impatti enormi sulle comunità. Le politiche ambientali sono fondamentali per la transizione ad una economia senza CO2».

Ma è fondamentale non compiere più errori nella decarbonizzazione dell’economia. Lo ha spiegato il celebre economista inglese, Nicholas Stern: «Se sbagliamo nei prossimi 20-30 anni, saremo veramente nei guai».

D’accordo con lui Enrico Giovannini, Chief Statistician dell’OCSE dal 2001 al 2009 ed ex Presidente dell’ISTAT: «Per troppo tempo abbiamo pensato che lo sviluppo sostenibile fosse un problema del futuro. Non lo è. Quasi nessun Paese ha nella sua Costituzione il concetto di sviluppo sostenibile. Bisogna introdurlo e legiferare coerentemente con gli obiettivi di sviluppo sostenibile».

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