• Articolo Roma, 7 dicembre 2011
  • Green è buono ma Pink è meglio

  • I buoni propositi ecologici non bastano, ci vogliono i bei propositi. Ecco un esempio di come l’arte arriva dove la scienza si ferma

Il termine “Ecologia” è stato coniato da Ernst Haeckel nel 1866. La parola “Sostenibilità” è stata usata la prima volta dalla Word Commission on Environment and Development nel 1987. La parola “Green” nasce intorno al 1970. Tutti questi termini sono di 40 anni fa, vecchi, sorpassati, espressioni di moda che hanno perso il loro valore, parole che hanno parlato solo alla testa ma non alla vista e alla gola delle persone.

Il “Green” ci parla di responsabilità, di essere diligenti, di parsimonia, di rispetto, di tutela, di risparmio e di lungimiranza. Allora perché passare al Pink? Perché il “Pink” porta con sé tutte le buone volontà del “Green” con, in più, la freschezza di qualche cosa di nuovo e di diverso, il desiderio di farsi vedere, la voglia di voyeurismo estetico, di vanità, di leziosità, di narcisismo, di rendere gradevole e piacevole scegliere ciò che è buono e giusto fare, con leggerezza, senza  pressioni etiche e moralistiche.

Ecco un esempio di chi non si è fermato al “Green” ma è andato oltre, arrivando a pensare in “Pink”.

In occasione del London Festival of Architecture, lo studio Orproject dei giovani architetti italiani Francesco Brenta e Laura Micalizzi, insieme a Christiaph Klemmt e Rajat Sodhi hanno presentato il loro “Lampadario Solare”, un’istallazione posizionata davanti al portico dell’Istituto di Cultura Italiana a Londra.

Il prototipo OR2, evoluzione del precedente prototipo OR “Albero blu” presentato nel 2008 in occasione del Salone del Mobile di Milano, è formato da una struttura in pannelli di polipropilene iniettati con una polvere fotocromatica, capace quindi di cambiare colore in base all’intensità dell’irraggiamento solare. Questa struttura di segmenti poligonali passa, all’aumentare dell’intensità luminosa, dal bianco perla alle tonalità del rosa fino ad arrivare ad un fucsia sgargiante.

Spiega Brenta “La struttura è totalmente autoportante e pensata per evolvere in un lampadario fotovoltaico […] Posizionando sulla parte esterna sottili film fotovoltaici trasparenti è possibile poi produrre tutta l’energia necessaria ad alimentare le lampadine led utilizzate per l’illuminazione notturna”.

La tecnologia DSC è sicuramente una risposta interessante alla possibile evoluzione di questo prototipo. Le DSC – Dye Sensitized Solar Cell si rifanno ai meccanismi della fotosintesi clorofilliana. Si tratta di un fotovoltaico attivato da coloranti che trasforma la luce in Energia elettrica. Proprio perché opera con la luce e non con i raggi solari, la produzione di energia è indifferente al posizionamento della cella solare: le foglie di un albero lavorano tutte e non solo quelle poste nella corona esterna dell’albero! Questo significa che queste celle possono essere utilizzate in varie parti dell’edificio e anche all’interno delle abitazioni dove c’è abbastanza luminosità, lasciando spazio alla creatività degli architetti e degli artisti.

I coloranti che attivano il processo possono essere posti su supporti diversi: vetri, plastiche e metallo. Particolarmente interessante il supporto su vetro per la trasparenza che il pannello DSC riesce a mantenere senza deformare le immagini.

In conclusione: fotocromatico è bello ma fotovoltaico è meglio.