• Articolo Roma, 15 ottobre 2019
  • Greenpeace accusa Shell: risparmia sullo smaltimento delle piattaforme

  • Cresce la protesta contro i piani di dismissione di due vecchie piattaforme marine lasciando sul posto i serbatoi di stoccaggio: all’interno rimarrebbero 11.000 tonnellate di petrolio e prodotti chimici

Gli ambientalisti accusano Shell: un precedente pericoloso per lo smantellamento, nei prossimi anni, di altre centinaia di vecchie piattaforme presenti in quest’area

(Rinnovabili.it) – Alcuni attivisti di Greenpeace hanno scalato ed occupato due piattaforme per l’estrazione di idrocarburi della Shell, nel campo petrolifero di Brent (Mare del Nord). La protesta è contro i piani della compagnia di smantellare le vecchie strutture rimuovendo solo la porzione aerea e lasciando invece sul posto le basi, contenenti acque e sedimenti contaminati. Come recentemente scritto alla Camera dei rappresentanti dal ministro delle Infrastrutture e gestione delle risorse idriche Cora van Nieuwenhuizen, i serbatoio di stoccaggio delle piattaforme conterrebbero infatti ancora circa 11.000 tonnellate di petrolio e prodotti chimici. L’accusa è che la compagnia si sia impegnata nella dismissione delle piattaforme risparmiando tuttavia sul loro corretto smantellamento. Shell ha affermato di contro che la decisione è stata presa sulla base di anni di ricerca e previa consultazione con le parti interessate: “le nostre proposte non sono state presentate fino a quando non siamo stati convinti che questa fosse l’opzione migliore: sicura, rispettosa dell’ambiente, tecnicamente fattibile e socialmente responsabile”.

 

>>Leggi anche Trivelle: Greenpeace, WWF e Legambiente sollecitano il MISE su dismissioni<<

 

Di tutt’altro avviso è Greenpeace, secondo la quale, se il governo britannico permettesse a Shell di infrangere le regole, si tratterebbe di “un precedente pericoloso per lo smantellamento, nei prossimi anni, di altre centinaia di vecchie piattaforme presenti in quest’area. Shell ha ricavato miliardi dalle trivellazioni di petrolio in questa regione, – scrive Greenpeace – e non dovrebbe essere autorizzata a risparmiare sullo smantellamento a spese del nostro ambiente marino”. Com’è facile intuire, il problema non riguarderebbe inoltre la sola Gran Bretagna: “L’Italia non è messa meglio – ha sottolineato Alessandro Giannì, direttore campagne di Greenpeace Italia – Bisogna attuare il piano di dismissione delle 34 piattaforme per l’estrazione degli idrocarburi individuate nel ‘Programma italiano di attività per le dismissioni piattaforme offshore’, redatto a fine 2018 dopo due anni di confronto tecnico tra Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero dell’Ambiente, Mibact, Assomineraria (l’associazione di categoria dei petrolieri) e associazioni ambientaliste”.

 

 

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