• Articolo Roma, 14 settembre 2012
  • Tra le applicazioni, guide ottiche per la luce in micro dispositivi portatili

    Il CNR riesce a produrre la silice green

  • È in fase di brevettazione il metodo per produrre in laboratorio fibre di biossido di silicio, che imita i meccanismi usati dalle spugne marine per sintetizzare questo materiale

(Rinnovabili.it) – Un minerale tra i più abbondanti in natura, utilizzato nei processi di catalisi, nei dispositivi elettronici e in molte tecnologie mediche. Il biossido di silicio è il componente principale di vetro, ceramica e della maggior parte delle fibre ottiche che, convenzionalmente, viene prodotto a livello industriale con metodi inquinanti ed energeticamente costosi, a causa delle elevate temperature di processo e dell’impiego di soluzioni caustiche. Grazie all’Istituto di nanoscienze del Consiglio Nazionale della Ricerca di Lecce (Nano-CNR), invece, in collaborazione con l’Università tedesca di Mainz, da oggi sarà possibile sintetizzarlo in maniera più economica ed ecologica. Ispirandosi alla sintesi che ne fanno molti organismi presenti in natura, il team di ricercatori, coordinati da Dario Pisignano, è infatti riuscito a produrre microfibre di biossido di silicio in laboratorio, attraverso processi biologici a temperature ambiente e l’impiego di una pressione atmosferica e soluzioni acquose neutre.

Pisignano ha spiegato che molti tipi di spugne di mare, ad esempio, impiegano la silicateina, una proteina che innesca la sintesi di silice e ne guida la crescita in strutture ordinate che diventano l’impalcatura del loro scheletro. «Utilizzando una variante sintetica della silicateina e tecniche litografiche – ha aggiunto – abbiamo guidato la crescita di silice in geometrie controllate, ottenendo microfibre artificiali analoghe alla struttura microscopica dello scheletro di una spugna naturale». Attualmente in fase di brevettazione, la scoperta potrebbe essere impiegata in numerose applicazioni, tra cui guide ottiche per la luce in micro-dispositivi portatili (i cosiddetti lab-on-a-chip).