• Articolo Roma, 12 marzo 2012
  • Il nucleare impossibile

  • Il primo anniversario della catastrofe ai reattori nucleari giapponesi di Fukushima ha ridestato qualche attenzione sul problema dell’energia nucleare

In Italia si pensa in generale che, dopo il referendum del 12 giugno 2012, il sogno di costruire centrali nucleari sia svanito. Questa convinzione sembrerebbe confermata da alcune decisioni prese nello stesso Giappone, dopo il grande spavento di un anno fa, in Germania e in qualche altro paese.

E’ un errore pensare che i potenti interessi finanziari, economici, industriali che stanno dietro il nucleare si siano messi tranquilli; come hanno lavorato sott’acqua nei decenni dal referendum del 1989 fino alla resurrezione (per fortuna breve) del 2008, continuano a diffondere, attraverso i loro mezzi di comunicazione, i messaggi che si possono così riassumere.

L’elettricità in Italia costa cara perché le ubbie degli ecologisti hanno fatto fallire i programmi nucleari. Che senso ha non costruire centrali nucleari quando ce ne sono tante francesi a pochi chilometri da Torino? L’elettricità di origine nucleare costa molto meno di quella ottenuta dai combustibili fossili e ha il vantaggio di non produrre gas con effetto serra. Sono tiritere già sentite tante volte e tante volte contestate, ma suonano dolci agli orecchi di molti interessi, per cui c’è da aspettarsi, anche in Italia, la resurrezione di nuova sottile propaganda filonucleare .

Che l’energia nucleare non sia né pulita, né sicura, né economica è stato ripetuto fino alla nausea in numerose pubblicazioni, molte delle quali apparse in occasione del referendum del 2012, con accurate analisi di dati economici ed ecologici. Per tutte vorrei ricordare (mi scuso per l’autocitazione) il libro di Virginio Bettini e Giorgio Nebbia, ”Il nucleare impossibile”.

Nell’invitare quindi i lettori a vigilare su una possibile resurrezione della propaganda a favore del nucleare, vorrei invece insistere sull’altro aspetto di cui così poco si parla, quello della sistemazione delle scorie radioattive che ancora circolano in Italia e dall’Italia alla Francia e all’Inghilterra e ritorno. Le agenzie governative hanno cura di tenere quanto più possibile nascosti questi problemi; i trasporti avvengono di notte, i depositi sono quasi sconosciuti all’opinione pubblica, noti appena alle poche popolazioni che si trovano nelle vicinanze, a Saluggia in Piemonte, a Trisaia in Basilicata e in qualche altra località.

Si tratta di relativamente piccole quantità rispetto alla massa di elementi radioattivi residuati dalle attività nucleari commerciali e militari negli Stati Uniti, in Germania, in Russia  e in molti altri paesi nei quali finora, dopo molti decenni, non si sa ancora dove seppellire tali elementi che continuano ad emanare radioattività per decenni, per secoli, per millenni, che rappresentano un problema per le generazioni future.

La soluzione, o almeno la soluzione parziale della sepoltura delle scorie nucleari esistenti richiederebbe ricerche e investimenti nel campo geologico, chimico, fisico, e in vista dei rapporti socioeconomici con le popolazioni che dovranno fare la guardia a tali cimiteri. La gravità dei sogni di costruire nuove centrali sta nel fatto che non farebbero altro che aggravare la quantità di scorie radioattive che, oltre a quelle esistenti, continuano a formarsi fino a quando saranno in funzione le attuali circa 400 centrali nucleari esistenti nel mondo. Non nuove centrali, quindi, anzi il graduale abbandono di quelle esistenti, e iniziative da prendere presto perché i decenni passano e nei depositi continuano a liberarsi mortali radiazioni.