• Articolo Roma , 12 luglio 2016
  • La “Brexit” e l’ambiente

brexit

 

(Rinnovabili.it) – Il recente referendum ha espresso, sia pur con una maggioranza risicatissima, la volontà dei britannici di non continuare a far parte dell’Unione Europea. Il risultato ha costituito una sorpresa per la stragrande maggioranza di analisti, economisti e commentatori politici (complimenti!), che evidentemente non conoscono la storia e dimenticano che già la Thacher aveva ottenuto, come pegno per la sua permanenza, un extra bonus di 5 miliardi di sterline (che non sono bruscolini) all’anno, regolarmente versato per trent’anni e abolito solo quattro anni fa, sostituito da altri privilegi, quali ad esempio quello di esentare la Gran Bretagna dal contribuire al “Fondo salva Stati” voluto da Draghi.

Da più parti si manifestano preoccupazioni che la minor tutela dell’ambiente e della sostenibilità in generale sia tra gli effetti della “brexit” decisa da un referendum indetto proprio da colui che voleva utilizzarlo come elemento di pressione per ottenere migliori condizioni per la permanenza del Regno Unito nell’UE.

 

C’è da sottolineare che a far pendere la bilancia verso il “leave” è stato il voto degli inglesi che hanno basato le loro fortune sulla finanza e sul commercio, settori in cui vige la massima “chi disprezza compra”

Giova ricordare che nessuno ha mai manifestato disappunto perché la Svizzera non ha mai fatto parte dell’UE. Nonostante ciò, la Confederazione Elvetica ha sottoscritto molti trattati con l’Europa Unita, con grande attenzione agli aspetti ambientali. Anzi, molti miei amici che vi hanno trasferito la propria attività apprezzano la grande attenzione sia della popolazione che delle autorità per tutto ciò che attiene l’ambiente e la sua preservazione.

 

Il risultato del referendum britannico pone anche un quesito: perché un evento di per sé insignificante (in sostanza si tratta di un socio di un club che annuncia l’intenzione di dimettersi) ha fatto precipitare in un solo giorno tutte le borse valori mondiali dell’8/10%? A mio avviso la risposta è inquietante: ormai da tempo le decisioni relative agli investimenti (soprattutto in borsa) sono adottate con l’utilizzo di algoritmi e il successo di ogni operazione dipende dalla scelta di volta in volta di quello appropriato in rapporto all’analisi di scenario del momento. La decisione di uno Stato membro di uscire dall’UE comporta la possibile modifica di un numero indefinito di sotto scenari (basti pensare ai trattati che nei decenni si sono stipulati) e la conseguente complessità dell’elaborazione di nuovi algoritmi ha suggerito ai più di evitare di investire risorse per fronteggiare un evento ritenuto da tutti (o quasi) impossibile.

La conseguenza è stato il panico del “si salvi chi può!”.

 

di Paolo Serra – Associazione RELOADER onlus

 

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