• Articolo Roma, 18 giugno 2012
  • La chimica verde, un volano per l’Italia

  • Per parlare di “green chemistry” abbiamo visitato la sede di Rivalta Scrivia della Mossi&Ghisolfi, una delle eccellenze nostrane e leader mondiale nella produzione del PET

E’ difficile non restare ammaliati dalla semplicità e dalla gentilezza di Vittorio Ghisolfi, l’uomo che insieme a Enrico Mattei e Raul Gardini ha costruito il mito della chimica italiana nel mondo. Una semplicità che a volte rasenta la scherno “a chi può interessare la nostra storia?”, proprio delle persone in grado di lasciare un segno, anche e soprattutto perché hanno conosciuto i disagi dell’emigrazione, la sofferenza della lontananza, il dispiacere di vedere sfumare i proprio sogni, per poi costruirne di nuovi ancora più grandi.

Abbiamo visitato la sede di Rivalta Scrivia della Mossi&Ghisolfi per parlare di chimica verde. Un nome che per la maggioranza degli italiani non vuol dire nulla ma che rappresenta una delle eccellenze nostrane, leader mondiale nella produzione del PET. Questo anonimato, frutto probabilmente anche dal carattere del Cav. Vittorio Ghisolfi, due occhi chiarissimi e una storia personale degna di un’epopea americana, è il sintomo della perdita di riferimenti del sistema Italia, che si misura soprattutto nell’incapacità di valorizzare le storie edificanti e di ergerle a modello per le generazioni future.

La Mossi&Ghisolfi ha legato le proprie fortune all’invenzione del PET e alla sua diffusione. Non che il PET non ci fosse prima del gruppo, ma non era utilizzabile per gli alimenti, rilasciando un sapore a contatto dell’acqua non gradevole. Dalla modifica del PET ad oggi, in oltre mezzo secolo di attività industriale, i destini economici e personali di Vittorio Ghisolfi e della sua azienda (Mossi, il suocero, morì precocemente all’inizio dell’avventura economica, ma Vittorio Ghisolfi non si è mai scordato di lui) si sono intrecciati con quelli della chimica italiana e mondiale: Eni, Montecatini, Enimont, Montedison, fautori dell’accelerata industrializzazione del nostro Paese ed anche di molti dei disastri ambientali. Forse è stato anche così, ma a guardare le cose da Rivalta Scrivia non c’è tempo per pensare al passato, a quello che sarebbe dovuto essere e che non fu. Adesso il mondo ha bisogno di sostenibilità, perché solo attraverso questo principio si riesce a creare ancora reddito e benessere. Mentre in molti si impegnano in soluzioni ardite, la Mossi&Ghisolfi, con la discrezione che la contraddistingue, sembra aver trovato la pietra filosofale del XXI secolo, ovvero il segreto per coniugare sviluppo e sostenibilità. E’ la chimica verde e, ancora più nello specifico, bioetanolo di seconda generazione e PET verde. Due progetti di diversa profondità, temporale ed economica.

Del biocarburante di seconda generazione si è parlato di recente in occasione dell’inaugurazione di un impianto in Brasile (presente anche il ministro Clini) in grado, a regime, di produrre circa 10 milioni di galloni l’anno di etanolo dagli scarti di lavorazione della canna da zucchero, ovvero da prodotti agricoli che attualmente sono un costo in quanto da smaltire.

La realizzazione di un distributore di questo carburante, utilizzabile anche da molte auto in produzione, proprio a Tortona ha offerto l’opportunità al gruppo piemontese di regalare due auto al Comune, per dimostrare che questo tipo di tecnologia già esiste e sarebbe operativa fin da subito. Bisogna solo investire nella produzione su vasta scala e la Mossi&Ghisolfi lo sta facendo, inaugurando a settembre il primo impianto italiano di produzione a Crescentino, ex acciaieria Teksid; il più grande del mondo. Un impianto di 150.000 mq, in cui è previsto lavoreranno circa un centinaio di persone e che produrrà 60 milioni di litri l’anno (per un risparmio di circa 70 milioni di tonnellate di CO2 pari a circa 40.000 auto circolanti senza emissioni), completamente realizzato con risorse proprie. Forse per questo motivo il gruppo, più che impegnarsi nella produzione, nonostante l’impianto di Crescentino, si sta concentrando sulla vendita delle licenze. Per fare cassa e far in modo che nel mondo, dove queste opportunità vengono colte per quello che valgono, si possa iniziare a produrre carburante rispettoso dell’ambiente. “Per ripensare la chimica in Italia – ha avuto modo di dichiarare Guido Ghisolfi, figlio di Vittorio e vicepresidente del gruppo– ci vorrebbero circa 1 miliardo di euro in dieci anni.” Un investimento che sarebbe ripagato con la produzione di circa 75.000 nuovi posti di lavoro nel decennio 2010-2020 (solo per quanto riguarda la produzione di bioetanolo, fonte Bloomberg), la possibilità di coprire il 30% del fabbisogno annuo di carburarnte per l’Italia utilizzando risorse residuali, la riduzione di emissione di CO2 annua legata ai trasporti pari al 50%, migliorare la bilancia dei pagamenti incrementando PIL e occupazione sia nel comparto industriale che in quello agro-forestale e dei servizi.

La ricerca e il lavoro (“il lavoro si inventa non si cerca”) sono la vera ricchezza del gruppo. Così arriviamo al centro di Rivalta Scrivia, dove sono impiegati circa 100 ingegneri e chimici (molte le donne). Si tratta delle migliori menti in circolazione nel mondo, affiancate da analogo centro nell’Ohio (USA), dove si lavora sul progetto di sostituire il petrolio nella produzione di prodotti chimici. La base di partenza di tutto è la lignina. La lignina è lo scarto della produzione della carta, di solito si brucia per recuperare energia ma è ricco di sostanze (composti aromatici) che permettono la realizzazione della maggior parte dei prodotti plastici (attualmente realizzati dalla nafta). La ricerca, per quanto riguarda il PET verde, è per ora solo in fase sperimentale; da aggiustare qualità e tempi di realizzazione, ma la strada, anche in questo è segnata.

Come è nata l’idea di fare a meno del petrolio: “Dal petrolio dipende la vita di tutti – dice Vittorio Ghisolfi -, non solo come ci muoviamo o ci scaldiamo, ma anche il modo di vestire, il tempo libero, viaggiare. Quando i grandi petrolieri, ed in particolare gli arabi, hanno manifestato l’intenzione di raffinare e non solo esportare petrolio, la nostra azienda si è posta il problema di reperire le risorse primarie senza dover dipendere da un solo soggetto. Così è partita la ricerca che in questa fase è giunta ad una certezza: tutto ciò che fino ad oggi può essere fatto con il petrolio, da domani può essere fatto con la cellulosa. Del resto – e lo dice ridendo – anche il petrolio è di origine vegetale…”.

Alla fine lasciamo lo stabilimento di Rivalta con la convinzione che un’altra chimica (e un altro mondo) è possibile. Ma in questo periodo di crisi, con i politici impegnati a correre dietro alle mode per riconquistare un po’ di consenso, gli enti locali concentrati sulla sopravvivenza immediata, le banche indaffarate su cose finanziarie, il sistema Italia è incapace di pensare veramente al futuro e di progettare. Del resto la chimica nel mondo rappresenta ancora una grande opportunità commerciale, ma non un progetto sostenibile: “La petrolchimica italiana è finita da tempo – dice Vittorio Ghisolfi – schiacciata dalla concorrenza mondiale. Quella europea si occupa principalmente del farmaceutico, noi siamo convinti che la chimica verde potrà rilanciare l’Italia nel Mondo. Abbiamo iniziato per primi e siamo 2 anni avanti agli altri. Dobbiamo insistere anche se la strada non è in discesa…”
La crisi, come disse Obama all’inizio del suo mandato, si supera soltanto avendo il coraggio di cambiare. Alla Mossi&Ghisolfi hanno accettato la sfida e ci stanno provando. A questo punto tocca al nostro Paese raccogliere l’invito e far proprio questo seducente progetto, che ha il sapore piacevole e dimenticato di una storia tutta italiana. Siamo proprio sicuri, Cavaliere, che non interessa a nessuno questa avventura?