• Articolo Trieste, 13 marzo 2012
  • M. Hack: “Il no al nucleare non può essere però un no alla ricerca”

    La Margherita “verde”

  • A un anno dall’incidente di Fukushima, l’astrofisica Margherita Hack in un’intervista esclusiva ci dice la sua sul nucleare, le rinnovabili e la sicurezza energetica del nostro Paese

Astrofisica e divulgatrice scientifica, vegetariana, atea e di sinistra, a favore dell’eutanasia e delle coppie omosessuali; ha persino un asteroide battezzato col suo nome e ultimamente ha fatto parlare di sé per la svolta “verde” che ha avuto il suo pensiero. Sono assai variegate le informazioni sulla vita di Margherita Hack, una delle figure più interessanti e prestigiose nel panorama scientifico italiano, oggi vicina a compiere il novantesimo anno d’età. Non ha mai nascosto la sua simpatia per il nucleare, ma non ha avuto alcun problema a ricalibrare e a spiegare meglio le proprie idee alla luce di eventi drammatici, come quello che ha coinvolto il Giappone un anno fa. In più di un’occasione, infatti, ci ha tenuto a precisare che il no al nucleare deve essere un no alla costruzione delle centrali in territori che non abbiano le caratteristiche adatte a garantire la sicurezza dell’uomo e dell’ambiente e non un no alla ricerca, che invece è giusto che venga portata avanti, “per non restare all’età della pietra”. Da qui la sua apertura verso il mondo più pulito e meno pericoloso delle energie rinnovabili che, a detta sua, sono oggi ancora troppo poco sfruttate, quando invece potrebbero essere implementate di più.
L’abbiamo intervistata proprio nel giorno del primo anniversario dell’incidente di Fukushima.

Professoressa, cosa pensa a distanza di un anno di quello che è successo a Fukushima?

Penso che l’incidente di Fukushima sia stato un gran disastro. Ma penso soprattutto ai giapponesi che sono stati ammirevoli per come hanno reagito e per come si sono dati da fare in una situazione di assoluta emergenza. Se tutto ciò fosse successo in Italia, ci sarebbe ancora tutto da ricostruire. Guardi come sono andate le cose a L’Aquila…

Lei ha sempre sostenuto che non si può fare a meno del nucleare, ma ha dimostrato anche una certa apertura verso le rinnovabili…

Le rinnovabili sono necessarie e oggi più che mai prioritarie; dovrebbero essere sfruttate e implementate molto di più, ma da sole non basteranno, ci vorrà anche il nucleare. Ed è per questo che la ricerca deve continuare e puntare alla realizzazione di centrali a fusione, in grado di non rilasciare scorie radioattive. Nell’incidente giapponese ha influito molto il non aver dato peso al fatto che il Giappone è un territorio particolarmente sismico, oltretutto in mezzo all’Oceano e quindi sottoposto al pericolo tsunami.

Dopo il no referendario, si può dire che l’Italia sia fuori dal nucleare?

Come ho già detto, il fatto che il nostro Paese con il referendum abbia detto no al nucleare non significa che debba abbandonare la ricerca in questo campo. È vero che in Italia ci sono delle zone che potrebbero essere adatte alla costruzione di centrali, ma si tratta di contesti molto limitati, nei quali di sicuro quello che è successo in Giappone non sarebbe potuto succedere. Il nostro è un territorio sismico, montuoso e privo di grandi zone disabitate. È per questo che, diversamente da quello che è successo in Francia per esempio, vedo difficile che si arrivi a costruire centrali nucleari nel nostro Paese.