• Articolo Washington, 16 gennaio 2013
  • Certificato principalmente nei Paesi ricchi, ma con enormi potenziali in quelli in via di sviluppo

    Largo al biologico per salvare il clima

  • Secondo il nuovo rapporto del Worldwatch Institute, l’agricoltura biologica avrà un ruolo sempre più cruciale nel ridurre la vulnerabilità dei modelli atmosferici

(Rinnovabili.it) – L’agricoltura biologica ha il potenziale per contribuire a una sicurezza alimentare sostenibile, ridurre la vulnerabilità al cambiamento climatico e migliorare la biodiversità. Stando a quanto appena pubblicato dal Worldwatch Institute in una relazione, negli ultimi anni la superficie dei terreni dedicati al biologico si è più che triplicata raggiungendo i 37 milioni di ettari in tutto il mondo, distribuiti principalmente tra Oceania (12,1 milioni di ettari), Europa (10) e America Latina (8,4). Basandosi su processi di produzione ecologici, questo tipo di coltivazione è ormai radicato negli standard internazionali e nel giro di un anno, dal 2009 al 2010, ha visto passare da 74 a 84 il numero dei Paesi che hanno attuato regolamenti ad hoc.

Se da una parte, infatti, i metodi di coltivazione tradizionali portano a una degradazione dell’ambiente e alla perdita di biodiversità, dovute principalmente all’erosione dei suoli e all’eccessiva estrazione di acqua, dall’altra il biologico utilizza fino al 50% in meno di energia fossile e si basa su una serie di pratiche colturali (rotazione delle colture biologiche, concimazione a campi vuoti, mantenimento di arbusti e alberi perenni nelle aziende agricole) che stabilizzando i suoli, migliorando la ritenzione idrica e aumentando del 30% il tasso di biodiversità rispetto alle “farm” tradizionali, riducono la vulnerabilità dei modelli atmosferici. Nonostante le certificazioni per l’agricoltura biologica siano sempre più concentrate nei Paesi ricchi, i ricercatori che hanno condotto lo studio affermano che la produzione alimentare sostenibile sarà sempre più centrale nei Paesi in Via di Sviluppo: sono milioni, infatti, le persone che praticano il biologico non certificato, coinvolte in piccole aziende agricole a conduzione familiare e a una produzione orientata ai mercati locali.