• Articolo Roma, 2 novembre 2012
  • L’eredità di Dario Paccino

Quarant’anni fa l’editore Einaudi pubblicava un libro destinato a suscitare polemiche ma anche a dare nuovo respiro all’ecologia. Si tratta di “L’imbroglio ecologico” dello scrittore Dario Paccino (1918-2005); erano gli anni delle breve primavera, durata dalla metà degli anni sessanta fino alla metà degli anni settanta del Novecento, in cui sembrava che la scoperta delle leggi dell’ecologia spingesse a nuovi rapporti di solidarietà fra gli uomini con la natura e degli uomini fra loro.

 

Già dieci anni prima Paccino nel libro: “Arrivano i nostri”, aveva raccontato gli effetti ecologici dell’invasione dei “bianchi” nelle terre dei popoli e delle nazioni nordamericani sbrigativamente chiamati “pellerossa”. Una natura fatta di pascoli e boschi e praterie, abitata da popolazioni il cui numero si autoregolava sulla base della disponibilità di pascoli e acque, cioè sulla base della capacità ricettiva del territorio. I bianchi, di fronte a spazi apparentemente sterminati, hanno trasformato i pascoli in coltivazioni agricole intensive, incompatibili con le risorse del suolo, hanno distrutto la popolazioni di bisonti, privando dei mezzi di sussistenza i nativi e uccidendoli quando difendevano le terre che erano “loro”. Dietro la retorica dell’”arrivano i nostri”, dei soldati e coloni che portavano la civiltà e la modernità, come si vede in tanti film, c’è stato un rapido disastro ecologico: in pochi decenni i campi sono diventati aridi e sterili, e i coloni hanno dovuto spingersi sempre più a ovest lasciandosi alle spalle distese di ossa di bisonti e di nativi e di terre desolate.

Era una anticipazione di quanto stava avvenendo nel Novecento e nel libro “L’imbroglio ecologico” del 1972 Paccino spiegò che la violenza alla natura non è dovuta ad un astratto “uomo” miope e imprevidente, ma a regole sociali ed economiche che impongono come ”dovere” il trarre più cereali dai campi, più carne dai pascoli, più metalli e carbone dalle miniere, più petrolio dai pozzi, perché tutto questo viene presentato come “progresso”.

 

Il libro di Paccino denunciava la contraddizione fra l’apparente e ipocrita improvviso amore per l’ecologia dei paesi ricchi e industriali, esploso nei primi anni settanta, e i devastanti inquinamenti, guerre, distruzione delle foreste, inevitabile conseguenza del successo economico dei ricchi e che colpiva e rendeva più poveri i duemila milioni degli abitanti poveri del pianeta.

Il libro fu subito un successo editoriale, per molte settimane in testa nelle classifiche dei saggi più letti. “L’imbroglio ecologico” fu criticato dai benpensanti, dai cattedratici di ecologia, ma anche da una parte della sinistra che lo considerava troppo radicale; tuttavia fu oggetto di tesi di laurea e di seminari universitari, uno anche a Bari, e contribuì certamente a suscitare una protesta anche morale contro le offese alla natura. Sull’onda del successo del primo libro, Einaudi nel 1976 pubblicò un secondo libro di Paccino, “L’ombra di Confucio: uomo e natura in Cina”, un lungo appassionato resoconto di un viaggio nella Cina della Rivoluzione culturale.

Nel 1979, dopo la catastrofe al reattore americano di Harrisburg, Paccino denunciò, con il libro dall’ironico titolo: “La trappola della scienza: tutti vivi ad Harrisburg”, coloro che sostenevano che non era successo niente, che il nucleare era la fonte di energia più sicura ed affidabile: lo si sarebbe visto a Chernobyl nel 1987 e a Fukushima nel 2011 ! In un libro del 1990, ”I colonnelli verdi e la fine della storia”, Paccino denunciava come molti nuovi ambientalisti, nell’illusione di collaborare alla lotta all’inquinamento, diventavano amici e collaboratori del potere politico ed economico, che è invece proprio la fonte della violenza alla natura. Nel libro del 1994, “Gli invendibili”, Paccino parlava dei lavoratori che, espulsi dal processo produttivo, perdono il proprio ”valore” perché nessuno li “compra” più; un fenomeno che abbiamo davanti agli occhi.

 

Paccino ha scritto molti altri libri, ma soprattutto centinaia di articoli, spesso in piccole riviste, sempre attento osservatore e fustigatore delle ipocrisie, una fonte senza fine di stimoli, di osservazioni, di cultura che Dario Paccino diffondeva, con critica ironia e indignazione, a piene mani. La biblioteca e l’archivio di Dario Pacino sono stati ora donati dagli eredi alla Fondazione Luigi Micheletti di Brescia. Spero che qualche studioso prepari una antologia degli scritti minori di Paccino. Tutta la sua opera ha trattato temi che continuano ad essere di attualità in questo momento storico e spiega che la salvezza va cercata nel riconoscere, da una parte, i limiti fisici delle risorse naturali, dall’altra l’esistenza di due gruppi contrapposti a livello planetario, i paesi ricchi e quelli poveri, rispettivamente fonti e vittime della violenza all’ambiente.

La ricerca della salvezza non giustifica né una austerità pagata soltanto dai poveri né un “ecologismo di mercato” che assicura nuovi profitti a chi già ha e che penalizza gli altri. Gli scritti di Paccino vanno letti senza pregiudizi, col cuore sgombro: se ne trarrà una lezione civile e politica e anche una lezione di amore per il prossimo. Non a caso nel suo lungo e tormentato cammino di uomo di cultura Paccino trova in Gesù il modello e il campione della liberazione umana, indispensabile anche per salvare la natura