• Articolo Losanna, 12 novembre 2019
  • Lo studio: l’acidificazione degli oceani favorisce l’aumento del N2O

  • Un nuovo studio suggerisce che l’abbassamento del pH marino, causato dall’aumento delle emissioni di CO2, avrebbe importanti conseguenze anche sulla naturale produzione di protossido di azoto

Il ruolo dell’acidificazione degli oceano nella regolazione dei gas serra

(Rinnovabili.it) – Più alte sono le emissioni di CO2, maggiore è l’acidificazione degli oceani. Più acida è l’acqua marina, più alto diventa il tasso di produzione naturale di protossido di azoto (N2O), gas serra il cui potenziale di riscaldamento climatico è 310 volte superiore a quello dell’anidride carbonica. E’ un pericoloso circolo vizioso quello che emerge dallo studio appena pubblicato su Nature Climate Change, condotto congiuntamente dall’EPFL, dall’Istituto di tecnologia di Tokyo e dall’Agenzia giapponese per la scienza e la tecnologia marina-terrestre. 

Gli scienziati hanno così sconfessato, per la prima volta, una ricerca che sosteneva esattamente il contrario. In base ad un lavoro pubblicato nel 2011 negli Atti della National Academy of Sciences (PNAS) si riteneva che l’acidificazione degli oceani – fenomeno legato alle crescenti emissioni di CO2 –  stesse progressivamente abbassando la velocità di produzione del protossido di azoto. Tuttavia il nuovo studio suggerisce che il processo possa funzionare anche al contrario e che questo meccanismo sia già visibile. Le misurazioni effettuate nell’Oceano Pacifico, al largo delle coste del Giappone, tra il 2013 e il 2016 mostrano infatti che nella regione subartica del Pacifico – vicino all’Hokkaido e alle Isole Curili – l’abbassamento del pH dell’acqua sta a sua volta causando un aumento significativo nella produzione di N2O.

 

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Secondo le stime dei ricercatori,  se i livelli di pH continuassero a scendere al ritmo attuale (0,0051 unità/anno, supponendo che non vi sia alcuna riduzione delle emissioni di CO2), il tasso di produzione di N2O potrebbe aumentare dal 185% al ​​491% entro il 2100. Le conseguenze sarebbero molto serie, considerando che l’effetto serra dell’N2O è 298 volte maggiore di quello della CO2.

Il nostro studio fornisce ulteriori prove del fatto che l’aumento delle emissioni di CO2 stia interrompendo i cicli biogeochimici naturali. Tuttavia, le nostre conclusioni sono valide solo per la parte del Pacifico che abbiamo esaminato. Sono necessarie ulteriori ricerche per vedere se lo stesso processo si stia verificando in altre parti del mondo”, ha spiegato Florian Breider, autore principale dello studio e capo del Central Environmental Laboratory (CEL) dell’EPFL.

 

 

Breider ritiene anche che sviluppando modelli di questo processo che tengano conto di tutte le variabili ambientali, gli scienziati potrebbero ottenere informazioni importanti per orientare la ricerca futura: “il nostro studio – ha concluso – mostra che nelle giuste condizioni, un gas serra può aumentarne la produzione di un altro, più dannoso. Quindi è essenziale continuare a condurre ricerche in questo settore”. 

 

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