• Articolo Melbourne, 30 luglio 2015
  • Aggiornato il rapporto 2011 del Global CCS Institute

    La lobby del CCS: sequestro del carbonio meglio dell’eolico

  • Basandosi sul costo livellato di generazione, il gruppo di pressione internazionale afferma che il sequestro del carbonio è economicamente vantaggioso

La lobby del CCS sequestro del carbonio meglio dell’eolico 1

 

(Rinnovabili.it) – Secondo la lobby internazionale della tecnologia CCS, il sequestro del carbonio sarebbe un metodo economicamente competitivo per la riduzione delle emissioni sul lungo termine. In un aggiornamento del rapporto 2011, il Global CCS Institute ha valutato il costo livellato di generazione dell’elettricità (LCOE) del CCS per tonnellata di CO2 evitata, paragonandolo a rinnovabili e nucleare secondo i dati statunitensi del 2014.  Il costo livellato è il prezzo al quale l’elettricità deve essere generata da una fonte specifica per poter rientrare delle spese, ossia il punto di pareggio. Si tratta di un calcolo di bilancio economico che include tutti i costi nell’arco della vita utile dell’impianto: investimenti iniziali, operatività e mantenimento, costi del combustibile e costi di capitale.

Geotermia, idroelettrico ed eolico onshore si sono rivelati i mezzi più efficaci per evitare CO2, seguiti da nucleare, CCS applicato al carbone, biomasse e CCS applicato al gas naturale. Secondo i calcoli del Global CCS Institute, l’eolico offshore e il fotovoltaico sarebbero ancora meno efficienti (a livello economico) nel taglio delle emissioni di CO2 a causa dell’intermittenza delle fonti.

 

La lobby del CCS sequestro del carbonio meglio dell’eolico -

 

«Mentre il CCS attualmente ha un costo superiore a quello varie forme di tecnologie rinnovabili, presenta chiari vantaggi nel ridurre direttamente grandi quantità di emissioni da fonti fossili e può quindi svolgere un ruolo importante nel raggiungimento degli obiettivi sul cambiamento climatico a costi relativamente bassi», ha spiegato la lobby. Lo scopo è convincere i Paesi con minore propensione per le rinnovabili a favorire l’avanzamento tecnologico delle centrali a carbone, per munirle di tecnologie di sequestro del carbonio. Secondo il rapporto, un prezzo della CO2 di 43,50 euro a tonnellata sarebbe necessario a stimolare gli investimenti nelle tecnologie CCS.

 

L’industria e numerosi governi occhieggiano alle tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio, ritenendo il cosiddetto “carbone pulito” una più facile via al raggiungimento degli obiettivi climatici fissati dai rapporti IPCC. Il motivo è semplice: investire nel CCS consentirebbe di mantenere invariato un sistema basato sulle fonti fossili. Inoltre, iniettata nei pozzi di petrolio e gas semivuoti, la CO2 potrebbe favorirne lo sfruttamento, allungandone la vita utile. Una manna dal cielo, dunque, per le compagnie energetiche. Il discorso cambia quando si prendono in esame tutti quei fattori esclusi dal rapporto: consumo di acqua, deturpamento dell’ambiente, finitezza delle risorse fossili, possibile fuga dell’anidride carbonica dai pozzi di stoccaggio. Un pericolo, quest’ultimo, evidenziato anche dal Massachussets Institute of Technology.

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