• Articolo New Orleans, 27 febbraio 2012
  • A quasi due anni dal disastro

    Marea Nera, la resa dei conti è vicina

  • Rinviato di una settimana l’avvio del maxi-processo, che sarebbe dovuto iniziare oggi, contro la Bp per il risarcimento dei danni causati nel Golfo del Messico lo scorso 20 aprile

Rimangono ancora sette giorni per trovare un accordo extragiudiziale, altrimenti il prossimo lunedì 5 marzo prenderà il via in Louisiana il maxi-processo contro la British petroleum (BP) per i danni causati dal disastro petrolifero di quasi due anni fa. Era, infatti, il 20 aprile del 2010 quando la piattaforma semisommergibile Deepwater Horizon -della Transocean, società sotto contratto con BP – esplose nel Golfo del Messico causando oltre alla morte di 11 persone, la fuoriuscita di milioni di barili di greggio, fermata solo dopo 86 giorni.

Stando agli ultimi aggiornamenti l’udienza sarebbe slittata di una settimana (l’inizio del dibattito in aula era previsto per oggi) in seguito ad una decisione adottata ieri e che vedrebbe le parti in causa più vicine a una possibile intesa. Se i rappresentanti del colosso energetico britannico e i legali delle circa 116mila parti lese (del settore privato) riuscissero a trovare un accordo extra giudiziale in merito al risarcimento delle vittime, il processo penale verrebbe archiviato e il tutto si “risolverebbe” con conto salato. Secondo le stime circolate in questi mesi, si parla di cifre da capogiro che, in caso di processo e verdetto negativo per la BP, potrebbe arrivare anche ai 30 miliardi di dollari.

Un accordo sarebbe preferito in realtà da entrambe le parti, visto che la causa potrebbe richiedere ben oltre un anno prima di raggiungere un verdetto. Eric Schaeffer, direttore dell’Environmental Integrity Project di Washington, ha spiegato: “Qualunque sia la decisione, il caso della marea nera passerà alla storia come il disastro ambientale più costoso di sempre, superando di gran lunga quello causato della Exxon Valdez nel 1989, quando una petroliera dell’ExxonMobil si incagliò nel golfo di Alaska disperdendo in mare oltre 40 milioni di litri di petrolio”. Secondo quanto stabilito dalla legge federale contro l’inquinamento delle acque previsto un minimo di 1.100 dollari per ogni barile versato, disponendo una quadruplicazione delle cifre per le compagnie che vengono ritenute colpevoli. Per la società britannica, se dichiarata colpevole, si tradurrebbe dunque in ben 31 miliardi di dollari di risarcimento.