• Articolo Bruxelles, 16 maggio 2019
  • Agenzia UE per l’Ambiente: mari europei contaminati da sostanze chimiche e metalli pesanti

  • La fotografia scattata nel report “Contaminazione dei mari in Europa” dell’EEA segnala altissimi livelli d’inquinamento in tutte e 4 le aree marine del vecchio continente.

mari europei contaminatiMercurio, cadmio, diserbanti: alcuni degl’inquinanti più presenti nei nostri mari

 

(Rinnovabili.it) – L’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) ha pubblicato il report sulla “Contaminazione dei mari in Europa”, il primo tentativo di mappare la presenza sul lungo periodo di inquinanti chimici e di altre sostanze pericolose nelle 4 aree marittime che racchiudono il vecchio continente.

 

Secondo i dati presentati nella valutazione dell’EEA, la contaminazione di agenti inquinanti pericolosi resta un problema su larga scala per tutti e 4 i mari europei, con diverse percentuali di diffusione: nel Mar Baltico, il 96,3% delle aree monitoriate presenta una situazione di contaminazione problematica; percentuale simile per il Mar Nero (90,8%) e il Mar Mediterraneo (87,3%); migliore, ma pur sempre problematica, la situazione del Nord Est dell’Oceano Atlantico dove “solo” il 75% delle aree monitorare contengono livelli di inquinamento preoccupanti.

 

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Una situazione in lento miglioramento: il report segnala un calo dei livelli di inquinanti come il DDT (che pure resta l’insetticida rinvenuto con più frequenza nelle acque del Mediterraneo) e nelle concentrazioni di metalli pericolosi come il cadmio e il mercurio. Segnali positivi ma ancora limitati, tanto che gli esperti dell’EEA ritengono improbabile il raggiungimento di 7 obiettivi comunitari in materia di salvaguardia dell’ambiente marino fissati per il 2020- 2021.

 

Ancora, lo studio dell’Agenzia Europea per l’Ambiente sottolinea come negli ultimi anni si stia sviluppando una linea d’azione comune tra gli Stati membri per affrontare l’inquinamento marino, ma spinge per atteggiamento più radicale: molti agenti contaminanti, ad esempio, persistono per decenni nei nostri mari, di qui la necessità di un approccio che vieti completamente il loro uso in prima istanza, in modo da poter raggiungere gli obiettivi comunitari.

 

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