• Articolo Washington, 8 luglio 2016
  • Riguarda aree come i mari di Beaufort e Chukchi

    La moratoria Usa sulle trivelle nell’Artico non piace a nessuno

  • Per il governo aumenta gli standard sulla protezione dell’ambiente, ma gli ambientalisti spingono per lo stop totale alle trivelle nella fragile regione artica

La moratoria Usa sulle trivelle nell’Artico non piace a nessuno

(Rinnovabili.it) – La criticano le associazioni industriali dell’oil&gas come l’American Petroleum Institute, perché sarebbe una spallata di Obama allo sviluppo dei giacimenti offshore. Ma la criticano soprattutto gli ambientalisti. Per Kristen Miller dell’Alaska Wilderness Fund sono solo “regole minime”, mentre Environment America sbotta: “L’unica forma ‘sicura’ di trivelle per l’Artico e il clima è niente trivelle. Invece, per il governo Usa, la moratoria sulle trivellazioni nella zona artica andrebbe a tutto vantaggio della sicurezza ambientale della regione.

Che cosa prevedono le nuove norme? L’amministrazione americana ha stabilito degli standard comuni per le trivellazioni esplorative nei settori di pertinenza dell’Arctic Outer Continental Shelf, la piattaforma continentale che comprende anche zone come il mare di Beaufort e quello di Chukchi. Ogni operatore deve presentare un piano dettagliato contestualmente alla richiesta di autorizzazione alle perforazioni, provando la capacità dell’azienda di portare velocemente in zona equipaggiamenti di contenimento in caso di incidenti e catastrofi ambientali incipienti.

 

Perché la moratoria sulle trivelle non cambia nulla

La moratoria Usa sulle trivelle nell’Artico non piace a nessunoQueste misure non modificano in nulla la linea politica che Washington ha seguito finora. Inoltre va sottolineato che non viene approntata alcuna misura per prevenire possibili fuoriuscite di greggio, puntando invece sul mero contenimento. Come ha dimostrato la catastrofe della BP nel Golfo del Messico, avere i materiali d’emergenza adatti non significa automaticamente essere in grado di utilizzarli e bloccare sul nascere gli oil spill.

Si resta quindi ben lontani dall’istituire un divieto di perforazioni in Artico, che potrebbe partire dal prossimo piano quinquennale di rilascio dei permessi (2017-2022). La regione artica è notoriamente esposta a forti rischi climatici, dal momento che l’aumento della temperatura globale incide sullo scioglimento dei ghiacci e sulla vita di balene, orsi polari e foche.

In pratica, continua a comandare il mercato e la legge del profitto. In quest’ultimo periodo sono molte le compagnie che hanno detto stop alle trivelle in Artico, perché costa troppo estratte petrolio dai suoi fondali. Come rivelava la Ong Oceana qualche mese fa, molte Big Oil tra cui Shell, Conoco Phillips, Eni e Iona Energy hanno rinunciato a sfruttare 350 concessioni rilasciate dai governi per le trivellazioni in quella fragile area di mondo (non solo nel settore americano). Una ritirata strategica condita di belle parole per rinfrescarsi l’immagine, e poco altro. Un esempio su tutti: Greenpeace ha rivelato poche settimane fa che Total, dopo aver annunciato che non avrebbe sfruttato i giacimenti artici per via degli alti rischi ambientali, continua tranquillamente ad essere il principale cliente del petrolio artico russo.

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