• Articolo Bonn, 24 aprile 2019
  • ONU: 1 milione di specie animali rischia l’estinzione a causa dell’uomo

  • L’anteprima del rapporto delle Nazioni Unite sullo stato della biodiversità nel Pianeta registra un incremento delle specie a rischio.

specie animali estinzioneDeforestazione, ricerca di cibo, inquinamento, cambiamento climatico e sovrappopolazione i fattori che più mettono a rischio la sopravvivenza delle specie animali e vegetali

 

(Rinnovabili.it) – Un milione di specie animali rischia l’estinzione a causa dell’azione dell’uomo: a lanciare l’allarme è l’anticipazione di un report delle Nazioni Unite sul rapporto tra popolazione, ecosistema e biodiversità.

Secondo lo studio ONU, che verrà pubblicato il prossimo 6 Maggio, tra le 500 mila e il milione di specie animali dovranno affrontare, già nei prossimi decenni, il rischio di estinzione a causa dei cambiamenti ambientali dovuti all’azione umana.

 

Fenomeni come deforestazione, inquinamento atmosferico e idrico, decremento nella capacità di assorbire CO2 da parte delle foreste, rapida diminuzione del numero di insetti e pesci rappresentano un problema per la sopravvivenza del Pianeta al pari del cambiamento climatico.

 

Il report, stilato dall’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES), lancia l’allarme per un’imminente rapida accelerazione del tasso globale di specie a rischio estinzione: già attualmente, il dato sarebbe centinaia di volte superiore a quanto registrato in media negli ultimi 10 milioni di anni.

 

Secondo il report delle Nazioni Unite, 1/4 delle 8 milioni di specie animali e vegetali diverse, di cui buona parte insetti, sarebbe esposte a fenomeni di avvelenamento, caccia (per il reperimento di cibo) e sovraffollamento causato dalla contrazione degli habitat d’origine. Anche la biomassa selvaggia dei mammiferi (di cui esseri umani e bestiame rappresentano il 95%), ovvero il loro peso collettivo, sarebbe in calo dell’82%.

 

Tra le maggiori cause d’impoverimento della biodiversità, il report segnala nell’ordine: la contrazione degli habitat e il cambiamento d’uso del suolo, la ricerca di cibo, il commercio illegale di specie protette e il bracconaggio, i cambiamenti climatici, l’inquinamento e la diffusione di specie aliene come roditori, zanzare e serpenti trasportati in luoghi estremamente distanti da quelli d’origine tramite aeri e navi.

Il report segnala altri due fattori che determinano sensibilmente la perdita di biodiversità e il cambiamento climatico: il numero di persone nel mondo e la loro crescente capacità di consumo.

 

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Il surriscaldamento del Pianeta rischia di diventare il vero motore per quella che rischia di essere la sesta estinzione di massa in mezzo miliardo di anni (l’ultima risale a 66 milioni di anni fa, alla fine del Cretaceo, quando l’impatto con un asteroide causò l’estinzione dei dinosauri): gli studiosi dell’IPBES stimano che i cambiamenti nella distribuzione delle specie potrebbero raddoppiare se le temperature medie dovessero aumentare di 2°C invece che di 1,5°C rispetto all’era preindustriale.

 

La mano dell’uomo è uno dei fattori determinanti in ciascuno di questi cambiamenti: deforestazione, agricoltura e allevamento sono responsabili di almeno 1/4 delle emissioni di gas serra; mentre secondo il report, almeno 3/4 della superficie terrestre, il 40% dell’ecosistema marino e il 50% delle acque dolci risulta “gravemente alterato”.

 

Secondo gli esperti dell’ONU, strategie come i sussidi alla pesca, all’agricoltura industriale, all’allevamento di bestiame, alla silvicoltura, all’estrazione e la produzione di biocarburanti o di energia da combustibili fossili incoraggerebbero sprechi, inefficienze e sovra-consumo.

 

Infine il report chiama alla responsabilità i decisori politici per adottare sistemi virtuosi in ogni aspetto della lotta al cambiamento climatico: soluzioni come l’uso di biocarburanti combinati con sistemi di cattura e stoccaggio di CO2, considerati da molti una delle migliori alternative energetiche sostenibili, devono garantire, ad esempio, che il terreno su cui cresceranno le colture necessarie alla produzione di biocarburanti non impattino sulla produzione di cibo, comprometta aree naturali protette o impedisca i processi di riforestazione.

 

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