• Articolo Plymouth, 17 aprile 2019
  • Grazie al plancton abbiamo la storia della plastica marina

  • Uno dei programmi di monitoraggio biologico marino più longevi al mondo ha fatto involontariamente da registro a 60 anni di marine litter. I risultati in uno studio su Nature Communications

plastica marina

 

60 anni di dati dimostrano l’aumento della plastica marina

(Rinnovabili.it) – L’emergenza ambientale causata dalla plastica marina ha acceso i riflettori sulle acque di tutto il mondo. Oggi le ricerche su macro e microplastiche negli oceani si susseguono a un ritmo incalzante, ma a quando risale primo ritrovamento? A rispondere alla domanda è, involontariamente, il censimento Continuous Plankton Recorder (CPR), uno dei programmi di biomonitoraggio marino più longevi al mondo. Avviato nel 1931 per fornire la prima misura su scala pan-oceanica delle comunità di plancton pelagico, il CPR si è scontrato per la prima volta con un rifiuto (un filo di una rete da pesca) nel 1957 al largo della costa orientale dell’Islanda. Otto anni dopo ha catturato una busta di plastica nelle acque del nord-ovest dell’Irlanda. Da allora a oggi ha inconsapevolmente fatto da registro storico all’inquinamento marino.

A rivelarlo è una nuova ricerca condotta dall’Università di Plymouth che ha preso i dati del programma per disegnare il trend di crescita che questo tipo di rifiuto ha avuto negli anni.

 

Il Continuous Plankton Recorder  è uno strumento di campionamento del plancton progettato per essere rimorchiato a circa 10 metri di profondità dalle navi mercantili durante le loro rotte. Si tratta di una sorta di scatola in metallo dotata di filtri per catturare il plancton: l’acqua vi passa attraverso e alcuni di questi organismi vengono intrappolati in un serbatoio per essere successivamente analizzati in laboratorio. Al 31 dicembre 2007, i CPR avevano percorso oltre 10milioni di km, fornendo quasi per caso un buon quadro della storia della plastica marina.

 

Grazie al plancton abbiamo la storia della plastica marina

 

All’inizio i ritrovamenti erano così sporadici da essere notati a malapena ma nei decenni successivi il problema è cresciuto costantemente. Negli anni ’50, ’60 e ’70, meno dell’1% dei rimorchi è stato messo fuori gioco da materiali sintetici incastrati negli ingranaggi. Negli anni ’90 la percentuale è salita di un punto, ma oggi la cifra tra il 3% e il 4%. “Il messaggio è che la plastica marina è aumentata in modo significativo e lo stiamo vedendo in tutto il mondo, anche in luoghi dove non vorresti, come il passaggio a nord-ovest e altri parti dell’Artico”, spiega Clare Ostle, della Marine Biological Association di Plymouth. “Ciò che rende unico questo lavoro è che siamo stati in grado di dimostrare l’aumento della plastica marina dagli anni ’90. I dati del censimento del CPR evidenziano l’importanza di mantenere ricerche a lungo termine anche per le analisi retrospettive”.

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