• Articolo Bruxelles, 28 marzo 2017
  • Politiche taglia emissioni, l’Italia finisce in fondo alla classifica UE

  • Solo un ventesimo posto per il Bel Paese che, cercando di indebolire l’Effort Sharing Regulation, dimostra di essere completamente fuori strada rispetto all’Accordo sul clima di Parigi

Politiche taglia emissioni, l’Italia finisce in fondo alla classifica UE

Solo tre paesi in Europa sono sulla strada giusta per realizzare l’accordo sul clima di Parigi. E nessuno di questi è l’Italia. Quando si tratta di politiche taglia emissioni il Belpaese riesce a fare meglio solo di Lettonia, Lituania, Romania e Polonia. È davvero un pessimo posto quello che ci siamo guadagnati nella classifica realizzata da Transport and Environment e Carbon Market Watch.

 

Le due ONG hanno esaminato da vicino la posizione di ogni Stato rispetto all’Effort Sharing Regulation. Si tratta della proposta legislativa redatta dalla Commissione Europea per suddividere a livello nazionale l’obiettivo comunitario di riduzione delle emissioni di gas serra del 40% entro il 2030 rispetto al 1990. I Ventisette stanno attualmente negoziando il testo, cercando di arrivare ad un accordo sui target emissivi vincolanti per settori quali i trasporti, l’edilizia, l’agricoltura e i rifiuti (i non-ETS). Ed è proprio a partire dalle ultime posizioni espresse dai Paesi che le associazioni hanno elaborato la classifica.

 

Si scopre così che a lottare per mantenere alta l’ambizione europea sono davvero in pochi: la Svezia che si aggiudica il primo posto, e la coppia di inseguitrici formata da Germania e Francia. All’altra estremità, Polonia, Italia, Spagna e Repubblica Ceca spingono invece per indebolire la proposta dell’esecutivo europeo, contrastando gli sforzi comunitari nel rispettare il patto internazionale sui cambiamenti climatici

 

Questa è la più importante legge sul clima che permetterà all’Europa di attuare l’Accordo di Parigi. Ma la grande maggioranza dei paesi vuole truccare la norma con scappatoie in modo da poter continuare come al solito”, spiega Carlos Calvo Ambel, analista di Transport & Environment.

La classifica è composta da un sistema a punti in base ai diversi elementi della proposta, che vengono pesati a seconda della loro importanza. Le posizioni dei paesi provengono da documenti pubblici, dichiarazioni ministeriali e dai materiali presentati all’ultimo gruppo di lavoro sull’ambiente.

 

Cosa inchioda l’Italia agli ultimi posti della lista? Soprattutto due elementi: il Land Use Loophole ossia la scappatoia della gestione forestale e lo starting point, vale a dire il punto di partenza per la riduzione delle emissioni.

Nel primo caso, infatti l’Italia sta cercando di fare pressioni affinchè i crediti emissivi legati alla gestione forestale siano ancora presi in considerazione nel calcolo della riduzione, elemento che Bruxelles vorrebbe cancellare vista la poca affidabilità di questo fattore. Senza contare che in passato, alcuni paesi hanno manipolato i dati nazionali sulla gestione forestale nell’ambito del Protocollo di Kyoto, riuscendo a ottenere crediti di CO2 in più rispetto a quelli che sarebbero stati assegnati in condizioni “reali”.

Stessa opposizione sullo starting point, che Roma vorrebbe impostare in maniera significativa sopra le emissioni attuali, mentre la proposta della Commissione prevede come punto di partenza la media della CO2 emessa negli anni 2016-2018.

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