• Articolo Roma, 16 ottobre 2012
  • La nave ammiraglia di Greenpeace continua la sua missione

    Rainbow Warrior in rotta verso le Maldive contro la pesca pirata

  • Continua il monitoraggio dell’associazione ambientalista nelle aree remote dell’Oceano Indiano dove si stima che circa il 18% della pesca sia illegale, non dichiarata o non regolamentata

(Rinnovabili.it) – La prima venne affondata dal servizio segreto francese. La seconda ha dovuto resistere a colpi, speronamenti e assalti da parte di imbarcazioni governative e non. La terza è stata equipaggiata con le più moderne tecnologie di comunicazione, un eliporto a poppa e due scialuppe di salvataggio, e dotata di un rivoluzionario sistema di alberatura che sorregge 1260 metri quadrati di vele; ma, nonostante abbia cambiato la forma, lo spirito che anima la nave ammiraglia di Greenpeace rimane quello delle precedenti: proteggere l’ambiente e promuovere la pace raggiungendo anche le aree più remote del Pianeta. La Rainbow Warrior III da fine settembre è impegnata a documentare le attività di pesca e monitorare l’area dell’Oceano Indiano, da dove proviene circa un quarto del tonno pescato a livello globale e dove più si concentrano le attività di pesca illegale.

 

Dopo due settimane trascorse in alto mare a ovest del continente africano e a sud del Madagascar, l’imbarcazione è pronta a partire per le Maldive continuando la caccia ai pescherecci che praticano pesca illegale o distruttiva. “Abbiamo ispezionato diverse navi” racconta Giorgia Monti, responsabile della campagna mare, a bordo della Rainbow Warrior da 15 giorni. “Chi continua a non rispettare le leggi dev’essere fermato, perché i nostri oceani forniscono cibo e lavoro a milioni di persone nel mondo”. In queste aree la minaccia principale è quella dei palangari con cui vengono catturati tonni alalunga e squali. “Questi ultimi vengono spesso ributtati in mare ancora vivi, una  volta che è stata tagliata loro la pinna” spiega Monti. “Le pinne vengono vendute a prezzi molto alti sul mercato asiatico, fino a 740 dollari al chilo. E ogni anno si stima che vengano uccisi tra 26 e 73 milioni di squali per venderne le pinne”.