• Articolo Roma, 16 marzo 2012
  • Rifiuto inamovibile

  • Come già per Chernobyl, anche per Fukushima, si è assistito a uno scoraggiante spettacolo di opacità, scarsa trasparenza nella comunicazione

Il terremoto, il maremoto e il disastro nucleare di Fukushima di un anno fa hanno colpito l’opinione pubblica italiana, come raramente altri avvenimenti.  Il terzo guaio, in particolare,  vissuto come un diretto sotto la cintura,  ha fatto sì, che appena tre mesi dopo, gli italiani abbiano  definitivamente voltato le spalle ai progetti governativi di costruzione di nuovi siti nucleari nel nostro paese. La percentuale dei votanti (57%) – spinti alle urne proprio  dall’effetto Giappone – è stata di diversi punti superiore a quella prevista per il quorum mentre  i sì all’addio all’atomo hanno raggiunto quota 94, 59%: dati inequivocabili. Insomma, l’argomento nucleare, già affrontato in un precedente referendum, sempre con lo stesso tipo di esito (ancora più netto, per la verità) ha sancito come  l’energia atomica in questo paese sia ormai  diventato un tabù. All’italiana, naturalmente: nessuno si pone il problema, ad esempio, dell’affollamento delle centrali nella vicina Francia, ma questo fa parte dell’inevitabile dose di emotività che accompagna quasi tutte le nostre scelte. D’altra parte, come non ricordare, che anche Svizzera e Germania, (a proposito di vicini) hanno deciso drastiche mutazioni alle loro politiche filonucleari , in seguito proprio a Fukushima.

Tant’è. Ciò che dispiace è che, nello stesso momento, sia di fatto calato il silenzio su tutta  la questione energetica italiana e che neanche il sopraggiungere della fase più acuta della nostra crisi economico-finanziaria ci abbia spinto a riaprire il dossier: come se la ‘nuova’ Libia e la vecchia Russia bastassero nella sostanza  a esaurire l’argomento.

C’è poi un altro aspetto, oltre alla solidarietà per le sofferenze, i danni materiali, le difficoltà di tutti i tipi, subiti a causa del triplice disastro dei giapponesi, che vale la pena mettere in rilievo tra i sentimenti vissuti un anno fa dagli italiani. Come già per  Chernobyl, anche per Fukushima, si è assistito – nel marzo del 2011 – a uno scoraggiante spettacolo di opacità, scarsa trasparenza nella comunicazione, annunci ottimistici e puntuali retromarce sull’entità dei danni, le conseguenze sull’uomo e sull’ambiente, mentre i reattori della centrale venivano ritratti dalle tv di tutto il mondo in evidente stato di straordinario e pericolosissimo allerta. Questa reticenza nell’informazione, questa puntuale mancanza di precisione e di ammissione della gravità dei danni subìti,  non fa altro che rendere la questione del nucleare anche come la testimonianza  di un’impossibilità oggettiva di verifica dell’informazione ufficiale. Un aspetto che, inevitabilmente, contribuisce in maniera determinante al rifiuto, ormai inamovibile nel nostro paese, di qualunque riferimento all’energia nucleare. Senza che, purtroppo, tutto questo spinga a una  maggiore consapevolezza e voglia di informazione sul  grande, ineludibile problema delle fonti rinnovabili, l’alternativa cioè,  questione con la quale tutti saremo, prima o poi, chiamati a confrontarci.