• Articolo Bath, 28 ottobre 2015
  • Anche l’Italia fra i Paesi definiti “a rischio”

    Così il riscaldamento globale ci impedirà di lavorare

  • Il riscaldamento globale nei prossimi 30 anni aumenterà il pericolo di stress da calore, impedendo a milioni di persone di lavorare e impattando sull’economia

Così il riscaldamento globale ci impedirà di lavorare 1

 

(Rinnovabili.it) – Più aumenta il riscaldamento globale, meno le persone dovranno lavorare. Può sembrare una buona notizia agli occhi dei più, ma questa sintesi estrema del rapporto appena pubblicato da Verisk Maplecroft va spiegata meglio. Quello che la società di consulenza intende dire è che la produttività del lavoro, nel 25% dei Paesi del mondo, potrebbe calare drasticamente entro i prossimi 30 anni.

Il rapporto ha rilevato che la crescita delle temperature globali e l’umidità possono provocare un drammatico aumento del numero di giorni in cui chi svolge lavori fisici dovrebbe rimanere a casa. Troppo pericoloso stendere l’asfalto, costruire case o lavorare nei campi, ad esempio, con il caldo che si prospetta.

La relazione, infatti, conferma che «l’incremento della temperatura globale e l’umidità dovute ai cambiamenti climatici rischiano di far crescere il numero di giorni lavorativi in cui i livelli di sicurezza per lo stress da calore vengono superati, causando assenteismo per il rischio di vertigini, stanchezza, nausea e anche di morte, in casi estremi».

 

Così il riscaldamento globale ci impedirà di lavorare 4Stesso problema per l’agricoltura, settore che per causa del caldo sempre più intenso potrebbe contrarsi al punto da innescare fenomeni devastanti: carestie, povertà e immigrazione. Tutti fattori che, secondo la società, «possono aumentare il rischio di conflitti e instabilità».

Lo stress da calore si calcola tramite l’indice WBGT (Wet Bulb Globe Temperature), che misura la temperatura di bulbo umido, dalla quale si estrapola l’umidità assoluta di un ambiente. Quando il valore supera i 25 °C si entra nella fascia critica.

Secondo il rapporto 2014 dell’IPCC, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, ciascuno degli ultimi tre decenni è stato più caldo di qualsiasi altro in precedenza (il punto di partenza delle misurazioni è il 1850). Sulla base di queste evidenze, gli esperti stimano che le ondate di caldo si verificheranno con «molta probabilità» più di frequente e dureranno di più nel 21° secolo. In particolare, tra il 2016 e il 2035 la temperatura della superficie terrestre si riscalderà di 0,3-0,7 °C.

 

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Le economie in rapida crescita del Sud Est asiatico saranno di gran lunga le più colpite, secondo Verisk Maplecroft: hanno ampiamente sottostimato gli impatti dello stress climatico nelle loro previsioni di sviluppo, ma questi saranno molto pesanti: la produttività a Singapore, secondo gli analisti, scenderà del 25% nei prossimi 30 anni. In Malesia e Indonesia è previsto un calo rispettivamente del 24% e del 21%, mentre in Cambogia e nelle Filippine la società immagina un -16%.

«Molti paesi in questa regione hanno una capacità finanziaria e tecnica limitata per adattarsi agli impatti dei cambiamenti climatici – spiega il rapporto – che potrebbero scoraggiare alcuni investimenti man mano che aumenta la consapevolezza dei rischi finanziari legati al clima».

Paesi come Thailandia e Cambogia, che dipendono da agricoltura, manifatturiero ed edilizia, sono particolarmente vulnerabili. Gli investitori potrebbero dover fronteggiare un aumento dei costi di produzione e di assistenza sanitaria, così come interruzioni nelle loro catene di fornitura.

Non si salvano nemmeno alcuni territori sviluppati: l’Australia è stata etichettata come Paese a «rischio estremo» per i futuri stress da calore, mentre Stati Uniti, Italia e Hong Kong vengono definiti «ad alto rischio».

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