• Articolo Boston, 26 gennaio 2015
  • Stoccaggio della CO2 inefficiente, il MIT sfata il mito del carbone pulito?

  • Uno studio americano rivela quali sono gli ostacoli naturali che rendono inattuabile il sequestro a lungo termine dell’anidride carbonica di origine industriale

Stoccaggio della CO2 inefficiente, il MIT sfata il mito del carbone pulito?

 

(Rinnovabili.it) – Da quando sono apparse le prime ricerche sulla tecnologia di cattura e stoccaggio della CO2, il cosiddetto “clean coal” ha rappresentato per molti una sorta di panacea ai problemi legati alle centrali elettriche a carbone. Oggi tuttavia il MIT avverte: lo stoccaggio del carbonio non è così efficiente come si era pensato fino ad oggi. Le attuali tecniche di sequestro geologici mirano a iniettare il biossido di carbonio nel sottosuolo a circa 7.000 metri sotto la superficie terrestre; a tali profondità, l’anidride viene conservata in profondi falde saline, grandi sacche di salamoia che possono reagire chimicamente con questo gas, solidificandolo. Gli scienziati del celebre ateneo hanno analizzato i dati presentati dall’EPA statunitense, l’agenzia di protezione ambientale, secondo cui le tecnologie di CCS attuali permetterebbero di eliminare dall’atmosfera fino al 90 per cento delle emissioni di CO2 delle centrali elettriche a carbone.

 

Ma sebbene questi processi riescano effettivamente a rimuovere con efficacia le emissioni, non con altrettanto efficacia possono assicurare il loro sequestro a lungo termine. I ricercatori del Dipartimento della Terra e delle Scienze Planetarie del MIT hanno scoperto, infatti, che una volta iniettata nel terreno, la percentuale di anidride carbonica trasformata in sedimento roccioso è molto minore di quanto fino a ieri calcolato. “La parte che si trasforma in pietra, è stabile e rimarrà lì definitivamente”, spiega lo scienziato Yossi Cohen. “Tuttavia, la percentuale presente in fase gassosa o liquida, rimane in grado di muoversi e può eventualmente tornare in superficie e quindi nell’atmosfera”.

I ricercatori ci tengono però a sottolineare che le loro predizioni teoriche richiedano ora studio sperimentale per determinare la grandezza dell’effetto sopra citato. “Gli esperimenti potrebbero aiutare a determinare il tipo di roccia in grado di minimizzare questo fenomeno”, afferma Cohen. “Ci sono molti fattori, come la porosità e la connettività tra i pori nelle rocce, capaci di determinare il ‘se’ e il ‘quando’ del processo di mineralizzazione del biossido di carbonio”.

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