• Articolo Roma, 3 ottobre 2013
  • Intervista a Giancarlo Morandi, Presidente del Cobat

    La mission impossible del COBAT

  • Più di 500 portatori, 1500 tonnellate di tecnologia trasportata a spalle fino a 5500 metri di altitudine, i numeri della missione estrema concepita per dimostrare che il rispetto ambientale non conosce limiti

La mission impossible del COBATSta per iniziare l’ascesa del TOP RECYCLING MISSION, il progetto sviluppato dal COBAT, Consorzio Nazionale Raccolta e Riciclo, e dal Comitato Ev-K2-CNR, che prevede la sostituzione e lo smaltimento della tecnologia fotovoltaica del laboratorio internazionale a piramide posto  ai piedi del versante nepalese dell’Everest. Si tratta di una missione estrema, senza precedenti al mondo e dal forte impatto mediatico, che prevede rischi e difficoltà logistiche. Una missione che vuol dimostrare come l’attenzione all’ambiente possa non aver confini o non essere limitata dalle difficoltà.

Il noto laboratorio a forma di piramide dedicato al prof Ardito Desio – che lo concepì e fece realizzare 25 anni fa – è una struttura costituita da acciaio, alluminio e vetro che ospita tre diversi livelli dove sono disposte le apparecchiature che si sono rese indispensabili, negli anni, a 520 missioni scientifiche gestite da 143 diverse istituzioni internazionali. I principali ambiti applicativi delle ricerche, data la particolare collocazione del laboratorio, sono stati sui cambiamenti climatici e ambientali, sulla medicina e fisiologia umana, sulla geologia, sulla geofisica e sui fenomeni sismici.

Abbiamo chiesto all’ing. Giancarlo Morandi, presidente del Cobat nonché entusiasta componente della spedizione,  le sue impressioni prima dell’ascesa.

 

 

Mauro Spagnolo: Il Cobat non è nuovo ad azioni virtuose nell’intento di perseguire importanti obiettivi ambientali ed economici. Questa volta però, il progetto è particolarmente originale e ambizioso. Quali sono le motivazioni che sono alla base di questa spedizione.

Giancarlo Morandi:  Noi crediamo che questa operazione avrà l’attenzione dei media italiani per la sua specificità e per le difficoltà intrinseche che si incontreranno nel realizzarla. L’ampia attenzione dei media dovrebbe portare a conoscenza dell’opinione pubblica ciò che andiamo a fare lassù. Secondo noi si tratta di un evento di forte valore ambientale in quanto è un particolare esempio di comportamento virtuoso: anche in habitat delicati e complessi, dal punto di vista logistico, è possibile adoperare l’ingegno per risolvere i problemi che riguardano la protezione dell’ambiente. In questo specifico caso, poi, non solo si è resa disponibile la produzione di energia pulita attraverso i generatori fotovoltaici ed il sistema di accumulo, ma saranno anche attuate, in barba alle difficoltà, le corrette procedure di raccolta e smaltimento della tecnologia esausta.

 

MS: Quali sono le maggiori difficoltà che avete trovato nell’organizzare una simile impresa?

GM:  Innanzi tutto voglio dirle che il Cobat non è nuovo a questo tipo di operazioni. Già nel 2002, l’anno internazionale delle montagne, il nostro Consorzio raggiunse la piramide per recuperare e smaltire i 3500 kg di batterie al piombo esauste. A 12  anni di distanza torniamo lassù per un’impresa ben più impegnativa: la sostituzione di tutta la tecnologia, moduli, batterie elettronica, con prodotti più innovativi e lo smaltimento di quella esausta.  Un’operazione che comporta l’utilizzo di 500 persone che trasporteranno in spalla l’attrezzatura nuova e poi riporteranno a valle tutto il materiale smontato. La spedizione, dal punto di vista tecnico, è particolarmente impegnativa in quanto il sentiero che porta ad oltre 5000,  attraverso valli, montagne, dirupi e corsi d’acqua, non sempre è di facile agibilità. Ad esempio due settimane fa è caduto un ponte per l’attraversamento di un fiume ed ancora non sappiamo come potremo guadare in quel punto, ma confidiamo di riuscirci.

 

www.evk2cnr.orgMS: Parliamo di numeri: quanto materiale porterete alla piramide e quanto riporterete  indietro con la vostra spedizione?

GM: In pratica portiamo circa 15 tonnellate tra moduli fotovoltaici e batterie, e porteremo a valle i corrispondenti prodotti che hanno terminato la loro vita il che vuol dire risparmiare al territorio il pericolo della dispersione di 6 tonnellate  di piombo, 2 tonnellate di acido solforico, 5 tonnellate di vetro e permette di risparmiare, grazie all’utilizzo delle fonti rinnovabili per alimentare l’intera struttura scientifica, 6 tonnellate di petrolio equivalente. Complessivamente mi sembra quindi una gestione molto attenta dell’impatto del laboratorio su un territorio particolarmente delicato come quello  dell’Himalaya.

 

SM: Quali sono le tappe della vostra spedizione.

GM: Siamo partiti dall’Italia il 27 di settembre, stiamo terminando la fase di acclimatamento e tra qualche giorno, monsoni permettendo, inizieremo l’ascesa per rientrare il 15 ottobre.