• Articolo Roma, 23 luglio 2015
  • I legami tra petrolio e sisma non sono esclusi

    Trivellazioni in Emilia: perché rischiare ancora?

  • È saltata la moratoria sulle trivellazioni in Emilia, votata dopo il terremoto del 2012. È il nuovo regalo alle compagnie, ma i rischi non sono scongiurati

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(Rinnovabili.it) – La scorsa settimana una delibera della Giunta regionale retta da Stefano Bonaccini ha revocato la sospensione per le trivellazioni in Emilia, votata sull’onda delle rivelazioni circa possibili collegamenti con il terremoto del 2012. La delibera serve a sbloccare le procedure congelate dal 2014 a oggi, aprendo la porta alla presentazione di nuovi progetti di ricerca per la valutazione di impatto ambientale.

 

Il centro Italia è un territorio soggetto per natura e per storia ai terremoti. Sono molti i casi, in tutto il mondo, di sismicità innescata da operazioni petrolifere o relative alla ricerca degli idrocarburi in genere. Eppure la politica nazionale e regionale spinge decisa verso lo sfruttamento del petrolio. L’Emilia è la regione più perforata d’Italia, con 1.716 dei 5.478 pozzi su terra oggi esistenti. Le analisi post terremoto hanno gettato lunghe ombre sulle responsabilità delle autorità e delle compagnie petrolifere. Analisi controverse sono state smentite da rapporti ancor più controversi, da cui sono emersi conflitti di interesse di prima grandezza. Tuttavia, è su di essi che si basa la decisione della Regione, in accordo con il ministero dello Sviluppo economico, di riaprire i confini alle trivelle. Non farà male, perciò, raccontare nuovamente una storia dai molti lati opachi. Foss’anche solo per poter dire – Dio non voglia – che l’avevamo scritto.

 

Trivellazioni in Emilia perché rischiare ancora

 

Un rapporto “bomba” chiuso nel cassetto

Secondo le conclusioni della Commissione internazionale ICHESE (International Commission on Hydrocarbon Exploration and Seismicity in the Emilia region), le due più intense scosse di terremoto (di magnitudo 5.9 e 5.8) che hanno colpito l’Emilia il 20 e 29 maggio 2012 uccidendo 27 persone e provocando 13 miliardi di euro di danni, potrebbero essere state innescate dalle attività estrattive di campo Cavone, nei pressi di Mirandola.

Trivellazioni in Emilia perché rischiare ancora 3Non ci sono prove certe – tengono a precisare i sei esperti nominati dal capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli – che permettano di attribuire alle trivellazioni per il petrolio la responsabilità del disastro. Quasi tutti, va detto, hanno rapporti diretti o indiretti con l’industria fossile: il presidente della Commissione, Peter Styles, è membro dell’advisory panel della Shale Gas Europe, una lobby del fracking finanziata da alcune fra le più grandi compagnie energetiche del mondo: Shell, Halliburton, Cuadrilla, Statoil, Total. Gli altri membri, tranne Stanislaw Lasocki, hanno anch’essi dei legami con le compagnie petrolifere: Paolo Gasparini, Ernst Huenges, Paolo Scandone, Franco Terlizzese.

 

Nonostante i legittimi dubbi sull’imparzialità degli studiosi, le loro conclusioni dicono che non è possibile escludere, ma neanche provare, che l’attività umana abbia avuto un qualche ruolo nell’innescare quei terremoti, stimolando una faglia già vicina al punto di rottura. Anche perché quello di campo Cavone è già di per sé un territorio instabile. È proprio qui che la Commissione ICHESE trova qualche correlazione statistica tra l’attività sismica e quella umana per quanto riguarda l’attività di estrazione e iniezione di liquidi. Lo sottolinea un articolo uscito su Science l’11 aprile del 2014. Lo firma Edwin Cartlidge, giornalista scientifico che per primo ha portato alla luce l’esistenza del rapporto ICHESE, rimasto chiuso in un cassetto della Regione per due mesi. Il suo lavoro, in pochi giorni, costringe il governatore Vasco Errani a rendere pubblica la relazione, conclusa nel febbraio del 2014.

 

 

Cosa fanno al Cavone 14?

L’attività estrattiva a campo Cavone è cresciuta a partire dal 2011, un anno prima del terremoto. Una brusca variazione dell’attività di estrazione tra 2011 e 2012 potrebbe aver contribuito a dare il via alla sequenza sismica che ha portato poi alle due grandi scosse del maggio 2012. Secondo Science, potrebbe essere stata la reiniezione dei fluidi nel sottosuolo ad innescare il processo, una tecnica utilizzata per facilitare il recupero del petrolio grazie a solventi chimici – immessi nel terreno ad alta pressione – che lo rendono più liquido. Gli scienziati parlano infatti di «variazioni di pressione» derivanti dalla «rimozione del greggio e l’iniezione di fluidi per migliorare il flusso di petrolio».

 

A campo Cavone c’è un pozzo per la reiniezione dei fluidi. Si chiama Cavone 14, ed è gestito dalla compagnia Padana Energia, che tra Lombardia ed Emilia Romagna vanta in tutto 52 pozzi, secondo i dati del Ministero dello Sviluppo economico. La stessa Commissione ICHESE aveva scritto (pag. 194) che «l’attività sismica immediatamente precedente il 20 maggio e l’evento principale del 20 maggio sono statisticamente correlati con l’aumento dell’attività di estrazione e re-iniezione di Cavone».

 

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Il rapporto salva-trivelle

Queste conclusioni spingono il governo italiano alla nomina di un gruppo di esperti che vada a fondo delle questioni lasciate aperte dal bruciante report svelato da Science. Così, ad aprile dello scorso anno, Regione Emilia Romagna, ministero dello Sviluppo economico mettono insieme il Laboratorio di monitoraggio Cavone. In soli 90 giorni arriva il verdetto, con la presentazione pubblica dei risultati dello studio commissionato dalla stessa compagnia petrolifera (Padana Energia) che opera nel pozzo Cavone 14. La ricerca conclude così: «Si può escludere che le attività estrattive e di reiniezione connesse alla concessione di coltivazione di idrocarburi di Mirandola abbiano innescato il sisma del maggio 2012».

 

Più di un addetto ai lavori storce il naso: non a tutti pare scientificamente accurata l’analisi che porta a simili conclusioni. Il perché lo spiega ancora Science, in un articolo del 1 agosto 2014 firmato sempre da Edwin Cartlidge. Il giornalista, che ha denunciato pressioni ai suoi danni per non pubblicare le informazioni di cui era venuto a conoscenza, mette spalle al muro lo studio del Laboratorio di monitoraggio Cavone: «Nel loro modello – spiega Cartlidge – i ricercatori americani hanno simulato come i cambiamenti nella produzione a Cavone hanno interessato la faglia più vicina al campo petrolifero – la faglia di Mirandola – ma non la faglia di Ferrara, che si trova 20 km più distante». Se la prima ha generato il sisma del 29 maggio, quest’ultima è la responsabile del terremoto del 20 maggio. Perché non viene menzionata?

 

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La volpe a guardia del pollaio

Il fatto porta Franco Ortolani, docente di geologia all’Università di Napoli Federico II, a criticare pubblicamente quella che ha definito «trasparenza di facciata». Il professore dichiara che «la sperimentazione è stata una partita giocata tra le parti interessate, con Padana Energia incaricata di monitorare pur essendo titolare della concessione mineraria, e due dei professori americani chiamati ad analizzare il giacimento che conducono ricerche per l’MIT finanziate da Eni. Come fidarsi?».

La compagnia petrolifera, a lungo controllata da Eni, secondo Science avrebbe chiesto ad Assomineraria di contribuire alla raccolta dati. Per la stesura del rapporto finale, che smentisce le conclusioni della Commissione ICHESE, sarebbero stati utilizzati studi e analisi contenuti in un rapporto Eni del 2012, addirittura precedente all’inizio dei lavori della Commissione stessa e poi riadattato per l’occorrenza, come fosse stato commissionato in seguito. James Dieterich, dell’Università della California, uno dei sei esperti che hanno contribuito alla ricerca, ha confermato che la maggior parte del rapporto era stata completata prima della nascita del Laboratorio di monitoraggio Cavone.

 

Chi difende l’operato degli esperti nominati dal ministero dello Sviluppo economico, spesso cita il beneplacito dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) alle analisi del Laboratorio Cavone. Tuttavia, spiega Science, uno degli studiosi che ha firmato il documento di valutazione dello studio, Claudio Chiarabba, «non è convinto che la vicenda Cavone sia chiusa scientificamente». E queste parole sono confermate da Enzo Boschi, ex presidente dell’Istituto.

36 Commenti

  1. Livio A. Del Bianco
    Posted luglio 23, 2015 at 6:27 pm

    Con il prezzo del barile ai minimi storici sono molti gli interrogativi che andrebbero sciolti. Ci si chiede da chi è finanziata la campagna di ricerca che rappresenta un investimento ad alto rischio senza la certezza del reperimento del petrolio? E quando ed a chi è stata data la concessione per la quale la legge mineraria impone termini certi ed improrogabili per la conclusione, prima dello sfruttamento? Ed in ultimo alla Regione hanno visto se i soggetti che vogliono fare la ricerca hanno delle possibilità finanziarie adeguate a portare a termine il progetto, opere di protezione ambientale comprese?

  2. Giovanni Galgano
    Posted luglio 24, 2015 at 10:49 am

    Per sintetizzare: secondo lei (voi) quanto gli scienziati dicono una cosa a lei (voi) cara, sono bravi e oggettivi. Quando affermano una cosa a lei (voi) invece invisa, sono pagati, in mala fede e cattivi.

    Tre sole osservazioni:
    1) Geologi e ingegneri minerari con chi dovrebbero lavorare se non con le compagnie? Con i pescivendoli?
    2) Per uno studio storico non si potevano non utilizzare dati raccolti nel passato (e quindi da chi se non da chi gestiva il pozzo? Sempre dai pescivendoli di cui sopra?).
    3) Franco Ortolani, a quanto racconta tutta la comunità geologica nazionale, è completamente isolato in queste sue posizioni. Ma ovviamente tutti gli altri sbagliano e lui è l’unico depositario della verità, no?

    Per il resto lascio la parola ai tecnici, ammesso che leggano questo sito. E dovrebbero, a mio parere.

    Saluti.

    • Antonio Spallanzani
      Posted luglio 24, 2015 at 11:59 am

      Per fortuna che c’è lei che parla a nome di tutta la comunità geologica italiana. Lasci davvero la parola ai tecnici, magari però non a quelli che lavorano in società che hanno permessi e concessioni per trivellare l’Adriatico!

  3. pierluigi
    Posted luglio 24, 2015 at 11:04 am

    Gentile redattore senza nome, come per l’articolo apparso qualche giorno fa, è evidente uno schieramento deciso anche di questo articolo su posizioni contrarie a questa attività industriale. Posizionamento evidenziato da molti “si suppone” “si dice” “sembra che”. L’unico “fatto certo” portato a supporto di quanto da voi detto è l’affermazione di Franco Ortolani, ex-docente a Napoli attualmente in pensione e da anni schierato apertamente su posizioni contrarie a questa attività, come le vostre posizioni. Posizioni rispettabili, ma poco supportate da dati e fatti. Sarebbe estremamente utile per esempio intervistare il dott.Chiarabba, al quale fate dire cose senza portare la fonte diretta o senza averne verificato la verità: “Science dice che uno degli studiosi avrebbe detto …” NON può essere considerata una fonte certa.

    Gentile Livio Del Bianco, la normativa esistente fornisce già tutti gli strumenti alle Autorità di controllo per verificare la capacità tecnica ed economica degli operatori ad effettuare i lavori previsti e ad assumere garanzie finanziarie per far fronte ad eventuali danni. E’ bene ricordare che gli operatori operano come concessionari dello Stato, perchè tutte le risorse del sottosuolo, come l’acqua, sono un bene indisponibile dello Stato, cioè di tutti noi. E l’Autorità di controllo opera fermando a monte gli Operatori che non ritiene idonei.

  4. Marco
    Posted luglio 25, 2015 at 5:34 pm

    Sono d’accordo con Pierluigi, la normativa esiste tuttavia presso le Regioni non esistono grandi competenze in termini economici e finanziari sulle fattibilità degli impianti di sfruttamento delle risorse e spesso le stesse campagne di ricerca sono un’incognita pesante in termini di costi che può oltrepassare vistosamente le previsioni per reperire la risorsa stessa. L’inidoneità finanziaria a volte non si rileva in fase di prima campagna di ricerca ma in quella di scavo (che supera in profondità e costi le attese). Le autorità in genere badano molto alle procedure iniziali, alla durata e le scadenze delle concessioni (NB. non sono rinnovabili come i permessi di costruzione e DOVREBBERO terminare inderogabilmente dopo due proroghe) ma molto poco alle modifiche che le previsioni finanziarie subiscono se la campagna di ricerca, individuazione e sfruttamento della risorsa si manifesta molto più pesante e lunga delle stime.

    • pierluigi
      Posted luglio 27, 2015 at 10:40 am

      Marco, non confondiamoci però. Le competenze in materia sono dello Stato, che autorizza “d’Intesa con le Regioni”. La capacità economico-finanziaria e tecnica di un operatore viene verificata dagli organi dello Stato, e prima dell’autorizzazione finale allo svolgimento delle opere previste l’operatore deve rilasciare garanzie tangibili per fare fronte sia al semplice ripristino territoriale a fine lavori sia a eventuali danni a terzi. Senza di quelle, che vengono rinnovate fino alla fine della attività. non si va da nessuna parte. Conosci per caso un altro settore industriale che deve emettere simili garanzie? Leggi questo Decreto http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/norme/dd220311.htm, che fra breve verrà aggiornato dal Ministero, fra l’altro elevando i limiti di garanzie e fideiussioni.

      Gentile redattore, ancora non risponde alle mie domande…

      • Stefano Medico
        Posted luglio 27, 2015 at 11:59 am

        Pierluigi le sue informazioni sono, non solo parziali, ma anche inesatte; forse dovrebbe aggiornarsi un po’, magari anche leggendo l’articolo 38 del decreto legge 133/2014 che in materia di ciò che viene lasciato alle Regioni in termini di competenze è davvero illuminante.

        • pierluigi
          Posted luglio 27, 2015 at 1:08 pm

          Stefano, ho scritto “Le competenze in materia sono dello Stato, che autorizza d’Intesa con le Regioni”.
          L’Intesa Stato-Regione, sancita dalla Conferenza Stato-Regioni il 24 aprile 2001, è prevista per i progetti in terraferma e non per quelli a mare, dove gli EE.LL non hanno competenze amministrative in materia energetica. Così era prima di questo famigerato art.38 dello Sblocca Italia e così rimane.
          Con lo SbloccaItalia le competenze sulla VIA per progetti a mare non sono cambiate, quelle per progetti a terra sono tornate al MinAmbiente, come era fino a una decina di anni fa (1999? 2000?). Il MinAmbiente svolge la sua istruttoria coinvolgendo nella Commissione VIA-AIA un rappresentante della Regione; la Regione, nell’ambito dei lavori della Commissione può:
          1. svolgere la sua procedura interna che ritiene più opportuna sulla base della propria normativa regionale specifica,
          2. presentare un parere scritto,
          3. presentare osservazioni.
          In tutti e tre i casi il parere della Regione diventa parte integrante del parere finale della Commissione VIA-AIA (che viene controfirmato dal rappresentante della Regione) e del successivo Decreto ministeriale.
          E poi la Regione deve dare la sua Intesa, senza la quale non si va da nessuna parte.

          La mia opinione è che si stia facendo molto rumore per nulla:
          1. dagli anni ’50 ad oggi c’è stato un solo caso di incidente con inquinamento rilevante, al pozzo Trecate il 28 febbraio 1994. Dopo qualche anno fu tutto bonificato e le colture agricole ripresero
          2. oggi l’industria petrolifera italiana da lavoro a più di 60.000 persone
          3. negli ultimi 20 anni le attività di esplorazione e produzione di idrocarburi in Italia sono drasticamente calate; secondo il Ministero Sviluppo Economico, l’organo di controllo, questo è dovuto non a una riduzione delle riserve o delle potenzialità esplorative ma a un crescente allungamento del “time-to-market” ovvero del tempo che intercorre fra individuazione di un progetto esplorativo e, in caso di scoperta, l’inizio della produzione ovvero del cash flow.
          4. il prelievo fiscale sui queste attività (includendo le royalties si arriva fino al 68%) è in linea, anzi maggiore, rispetto ad altri Paesi analoghi. Pensi che i paesi produttori del Mare del Nord (Norvegia, Olanda, UK, Danimarca) hanno addirittura azzerato le roiyalties a favore di una diversa fiscalità d’impresa.
          5. La Norvegia, per esempio, rimborsa fino al 75% delle spese che un operatore ha sostenuto per arrivare ad un pozzo esplorativo, e le rimborsa anche se il pozzo è sterile; in Italia non esistono incentivi di alcun tipo alle attività di esplorazione e produzione di idrocarburi
          6. ancora non ho trovato un dato certo, comprovabile, che metta in correlazione queste attività con inquinamenti di qualche tipo o con impatti negativi sul territorio e sull’ambiente sociale e economico circostante

  5. Stefano Medico
    Posted luglio 27, 2015 at 3:46 pm

    Gentile Pierluigi,

    1. Sappiamo bene tutti quale scandalo ha coinvolto la Commissione VIA, commissione che, solo nel 2014, ha visto ben due membri sostituiti per causa di forza maggiore in quanto arrestati. Ovviamente c’è da sperare che la neo formata Commissione faccia meglio, ma quanto abbia operato bene nel passato è sotto gli occhi di tutti.

    2. Il disastro di Trecate si è “contenuto” solo perché dopo pochi giorni dall’incidente la struttura geologica del pozzo italiano è collassata chiudendo il “buco” e fermando la colonna di petrolio. I danni però ci sono stati, la bonifica è durata mesi e per tornare alla normalità, con tanto di ripresa della produzione del riso ci sono voluti TRE ANNI.

    3. Se vuole un dato occupazionale allora prenda quello dell’efficienza energetica riportato nell’ultimo rapporto ENEA.

    4. Infatti ora hanno dato una bel taglio ai tempi burocratici, con una bella concessione unica per ricerca e coltivazione di gas e petrolio (in contrasto con la distinzione comunitaria tra le autorizzazioni per prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi), trasformando gli studi del Ministero dell’Ambiente sul rischio subsidenza derivante dalle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, in “progetti sperimentali di coltivazione”.

    5. Noi non siamo la Norvegia, soprattutto come riserve petrolifere.

    6. Ci mancano solo gli incentivi anche alle perforazioni dopo i tagli dei tempi burocratici e la continua richiesta del settore di abbassare le royalties.

    7. ah no?? Vuole che le riporto alcuni studi effettuati dalla Norwegian Institute of Marine Research o dalla Canadian Department of Fisheries di modo che possa dire, anche in questo caso, che il parere di questi scienziati non conta?

    • pierluigi
      Posted luglio 27, 2015 at 6:30 pm

      Stefano,
      1. se ci sono delinquenti nel settore dei pizzettari o dei medici, che facciamo blocchiamo tutte le attività dei pizzettari o dei medici? o cerchiamo il delinquente e lo estromettiamo da ogni processo decisionale o operativo?
      2. non è la struttura geologica del pozzo italiano che è collassata, ma molto più semplicemente le pareti del foro si sono chiuse soffocando la fuoriuscita dei fluidi. è solo un gioco di equilibrio fra pressioni. i danni ci sono stati, sono stati ripagati e il suolo è stato bonificato tutto in 3 anni. tanti? Eni si sarebbe fatta carico dei danni anche se la bonifica fosse durata 10 anni. 1 incidente con inquinamento rilevante in circa 100 anni e più di 7000 pozzi perforati in Italia a terra e a mare. Quale altra attività dell’uomo può confrontarsi con queste statistiche? forse solo il tresette.
      3. io ragiono “insieme” piuttosto che “invece”
      4. scommessa: rivediamoci fra un anno e vediamo se il titolo unico sarà realtà e se i tempi si saranno ridotti grazie a questo titolo unico. la mia previsione è che neanche fra due anni il titolo unico sarà realtà, purtroppo
      5. e che c’entra? e non siamo neanche l’Arabia Saudita che applica circa l’80% di royalties
      6. appunto
      7. sto parlando di realtà italiana: l’incidente più grave in Italia associato agli idrocarburi è quello della petroliera Haven, che l’11 aprile 1991 naufragò nel golfo di Genova, provocando la morte di cinque membri dell’equipaggio e causando la perdita di migliaia di tonnellate di petrolio. era una petroliera che trasportava petrolio importato da non so quale paese produttore. quindi forse il problema sono le petroliere di cui continueremo ad aver bisogno per altre decine di anni per importare il petrolio che, in parte, potremmo produrre qui…

      • Valeria C.
        Posted luglio 27, 2015 at 8:25 pm

        siamo debolucci in implicazione logica e figure retoriche: se la commissione di VIA ha operato in questi anni con membri indagati, poco onesti o CV poco chiari non è come se ci fosse qualche medico delinquente, è piuttosto come se nell’organo che controlla l’esame di stato dei medici ci fossero dei corrotti. Capisce la differenza?
        Stesso discorso per punto 2,3,4,5 e 6.

        • Stefano Medico
          Posted luglio 27, 2015 at 8:36 pm

          ah per fortuna, avevo paura di averlo notato solo io. Comunque forse non ha presente a quali studi della Norwegian Institute of Marine Research e della Canadian Department of Fisheries, mi riferisco: sono focalizzati su danni delle tecniche esplorative. Appena mi sarà possibile posterò il materiale.

  6. Vittorio Marletto
    Posted luglio 27, 2015 at 4:41 pm

    Post molto interessante. Segnalo un errore nel testo, appena sopra la foto del pompiere, il sisma del 29 giugno dovrebbe essere del 29 maggio.

  7. Giovanni Galgano
    Posted luglio 27, 2015 at 5:10 pm

    Egregio Spallanzani, io non parlo a nome della comunità geologica italiana. Ma si dà il caso che ne conosca molti. E tutti costoro sono inorriditi dalle posizioni di Ortolani. A loro lascio la parola, non solo ai cazzari come la D’ Orsogna.

    Inoltre: evidentemente non sa che l’Adriatico conta decine di pozzi di estrazione di gas, da decenni.
    Significa che è GIA’ STATO TRIVELLATO, mi dispiace per lei.

  8. Antonio Spallanzani
    Posted luglio 27, 2015 at 6:08 pm

    Egregio Galgano, suvvia non si arrabbi solo perché ho detto che lei non è tecnico, non metta il broncio. Sì, lei ha tanti amici che inorridiscono, tutti gli altri sono cazzari, va bene, va tutto bene. E io “evidentemente non so”, come lei ha argutamente intuito dalla mia precedente affermazione (anche se non c’entra nulla con la sua risposta), va tutto bene, respiri nel sacchetto!

  9. Marco
    Posted luglio 27, 2015 at 9:14 pm

    Caro Pierluigi, premetto che condivido con te la propensione per realizzare qualcosa nel campo energetico, aspetto sicuramente positivo. quello che tuttavia non posso condividere è la tua visione ottimistica della procedura. Riporto di seguito – a beneficio di chi legge e forse non lo sapeva – le numerosissime prescrizioni che una Regione (se vuoi ti mando copia del documento ufficiale) ha dato per una campagna di scavi di 1.700 metri stimati di profondità:
    • Programma lavori, corredato di documentazione grafica, riportante l’ubicazione dei pozzi, i temi di ricerca previsti, la profondità da raggiungere, gli impianti da impiegare, la forza motrice prevista ed i programmi di tubaggio;
    • Tavola di inquadramento con scala non inferiore a 1:25.000 riportante eventuali vincoli esistenti;
    • Schema esecutivo in scala non inferiore a 1:2.000, dell’area interessata dalla postazione e della relativa viabilità di accesso;
    • Planimetria catastale in scala 1:4.000 dell’aria interessata dal cantiere con riportato il punto di perforazione;
    • Stralcio CTR in scala 1:10.000 con evidenziata l’area del cantiere ed il punto di perforazione;
    • Stralcio tavole A – B – C – D del PTPR in scala 1:10000 con evidenziata l’area di cantiere ed il punto di perforazione;
    • Certificato urbanistico comunale, riportante la vincolistica, delle particelle catastali interessate dal cantiere e dalla perforazione;
    • Descrivere e quantificare gli impatti specifici in relazione al tipo di vincolo;
    • Contratto di disponibilità dei terreni interessati dal cantiere e dalla perforazione;
    • Relazione tecnica con riferimento alla progettazione esecutiva, precisando:
    – la localizzazione dei prelievi dei fluidi per la perforazione e dei relativi scarichi;
    – la localizzazione dell’eventuale ricettore profondo qualora sia prevista la reiniezione dei reflui;
    – la localizzazione delle postazioni di monitoraggio previste;
    • Relazione tecnica descrittiva riportante le fasi di cantierizzazione, perforazione, rinvenimento fluidi geotermici ed eventuale abbandono del pozzo sterile con successiva chiusura mineraria;
    • Specificare le caratteristiche territoriali ed ambientali delle zone limitrofe alla postazione precisando:
    – i dati sulla popolazione residente in tali zone;
    – la quantificazione del carico previsto sulle infrastrutture esistenti (trasporto e viabilità, localizzazione delle discariche);
    • Presentare uno studio particolareggiato riguardante:
    – la costruzione delle opere temporanee di drenaggio, e canalizzazione delle acque superficiali relative al piazzale ed il successivo ripristino del suolo al fine di limitare l’impatto ambientale;
    – le opere di ripristino della superficie occupata dal piazzale qualora il pozzo risulti sterile e sia da chiudere minerariamente;
    • Relazione tecnica inerente la gestione dei materiali derivanti dalle prospezioni profonde ai sensi D.lgs. 117/2008 e del D.M. 161/2012, e relativi Piani di Gestione e/o Piano di Utilizzo
    • Redazione del Documento di Sicurezza e Salute (DSS);
    • Apposita fidejussione bancaria o assicurativa a favore della Regione ………. a garanzia delle opere di recupero ambientale;
    • Pronuncia di verifica di assoggettabilità a V.I.A.ai sensi dell’art.20 del D.lgs.152/2006;
    • Eventuale Autorizzazione Paesaggistica ai sensi dell’art. 146 del D.lgs. 42/2004, qualora necessaria;
    • Pareri delle Soprintendenze Archeologiche e Paesaggistiche competenti per il territorio.
    e c’è altro ancora purtroppo…..
    Pensa che a fronte di una stima di costi della prima fase di ricerca di 5 milioni di €, la garanzia bancaria richiesta dalla regione era inferiore a 100.000 € ed avrebbe dovuto coprire lo smaltimento reflui (detriti e fango), ove non fatto efficacemente, il ripristino territoriale aree di cantiere, che già nella relazione era espressamente superiore a tale importo: lo scavo è poi risultato molto più profondo.
    Il problema è questo chi controlla i controllori? perché i conti dell’ammontare delle garanzie non li fanno con più cura?
    in realtà, potendo fare garanzie assicurative, il settore non ha barriere finanziarie eccessive; il vero rischio è quello geologico.
    Personalmente preferirei sostituire tutte le procedure (fin troppo articolate) con una garanzia maggiore per il territorio e un suo puntuale aggiornamento sulla dinamica degli scavi, che la adegui alle condizioni che vanno mutando. Il resto, purtroppo, sono chiacchere….

    • Pierluigi
      Posted luglio 28, 2015 at 12:51 am

      Marco, le cose che elenchi sono la normalità delle cose che vengono richieste quando si chiede l’autorizzazione ad effettuare attività del genere. Una cosa certamente ridondante è che le garanzie/fideiussioni per il ripristino territoriale sono già richieste per legge dal Ministero, che a seguito dello SbloccaItalia e del prossimo recepimento della Direttiva europea sulla sicurezza delle attività a mare ne sta rivedendo, in aumento, tutto lo schema. Poi la regione vuole la sua garanzia per un eventuale smaltimento non corretto dei rifiuti, il comune per eventuali ammaloramenti della strada di accesso, il consorzio di bonifica per eventuali danni al canale di scolo, il proprietario del terreno chiede una valorizzazione del mancato raccolto almeno tripla rispetto ai valori del consorzio agrario, è il comune chiede poi che venga riasfaltata una strada o vengano piantati quattro alberi. Capisci? Il problema è che quando le competenze sono divise su una miriade di enti competenti, ognuno ti chiede il suo. E ognuno mette bocca sulle competenze dell’altro.

      • Marco
        Posted luglio 28, 2015 at 10:04 pm

        Pierluigi, convengo con te che le procedure sono fin troppo complesse per il sovrapporsi delle competenze ed è li che si dovrebbe lavorare, perché è assurdo la parcellizzazione delle competenze. Per quanto riguarda le garanzie sono anche d’accordo che a volte sono ridondanti perché un proprietario di un terreno le chiede perché non si fida dell’efficacia e dei tempi con cui si muove la Regione (ed ha ragione se il terreno è suo) e la Regione ritiene di farsele dare indipendentemente se il rischio è stato già coperto perché compete ad essa la tutela del territorio. Sono d’accordo con tutto; ciò non è giusto e non va bene.
        Ma tu, che sembri esperto, sapresti dirmi quanto può assommare all’incirca il costo di ripristino per il danno subito del territorio dopo la campagna di ricerca, dopo aver fatto uno scavo di 5.000 metri per raggiungere l’acqua ad alta temperatura, tra opere di viabilità accesso e postazione, cantine e avampozzi, vasconi impermeabilizzati etc. perforazioni e smaltimento fanghi? le cifre dipendono da tanti fattori ma sarei curioso di sentire da te un possibile range di spesa, anche fissando a tuo piacere altri elementi utili. Fammi sapere….

        lavori civili vari

        .

  10. Giovanni Galgano
    Posted luglio 27, 2015 at 9:58 pm

    Spallanzani, dico che la D’Orsogna é una cazzara. Compreso il concetto? Una fisica matematica che finge di sapere di geologia. Non metto il broncio, si figuri. Non sono un tecnico e lo dico senza problemi, stia tranquillo e porti la sua ironia da quattro soldi ad altri bersagli. Thanks

    • Antonio Spallanzani
      Posted luglio 27, 2015 at 10:27 pm

      E che non ho capito: d’orsogna – che ha chiamato solo lei in causa dal momento che nessun altro ha fatto il suo nome – non le piace: croce sopra d’orsogna. Ma esattamente cosa c’entra? Ha il complesso del io-non-sono-un-tecnico-ma-uffa-neanche-lei (prendendo il primo nome a caso che le è venuto in mente)? Ha fatto anche lei “ironia da quattro soldi” e ora è sul suo libro nero? Se è abituato ad un’ironia più sofisticata le racconto quella dei geologi e ingegneri minerari che lavorano con i pescivendoli.

  11. Giovanni Galgano
    Posted luglio 27, 2015 at 10:42 pm

    Spallanzani, legge quello che scrive? O lo scrive e basta? Temo la seconda, dal momento che equivoca ogni mio post. Quindi, lasciamoci così, senza rancor. Saluti.

    • Antonio Spallanzani
      Posted luglio 27, 2015 at 11:11 pm

      eh sì, io equivoco, ovviamente! ma lasciamoci così, dopo che mi ha detto che non capisco quello che io stesso scrivo, e ha insultato un po’ di gente in maniera randomica, senza rancore, che tanto ormai il suo dovere anti no-triv lo ha fatto.

  12. Giovanni Galgano
    Posted luglio 27, 2015 at 11:21 pm

    E lei ha fatto il suo di No Triv.
    Poi un giorno però si faccia spiegare da un geologo vero cosa pensa di Ortolani e D’Orsogna. P.s. Cito costoro, se non lo si comprende, perché sono i punti di riferimento contro i petrolieri brutti e cattivoni. Saluti.

    • Antonio Spallanzani
      Posted luglio 27, 2015 at 11:41 pm

      Vede è proprio qui che non ha capito nulla, non a caso dicevo lasci parlare i tecnici…
      Saluti, questa sua crociata personale contro Ortolani e D’Orsogna inizia a stancare.

  13. Alberto T.
    Posted luglio 27, 2015 at 11:38 pm

    Galgano e Vecchia sono due lobbisti in trincea, li si riconosce subito. Solcano il web tracciando di ignoranza e disinformazione tutte le critiche sugli scempi dei petrolieri (per cui lavorano) ma l’immagine del tecnico non gli si addice proprio. Semmai vien loro comodo spacciarsi da esperti per sostenere con termini altisonanti immani violenze sulla terra e le comunità come il fracking o l’estrazione petrolifera. Ridicolo.

  14. Alberto T.
    Posted luglio 27, 2015 at 11:39 pm

    Galgano e Vecchia sono due lobbisti in trincea, li si riconosce subito. Solcano il web tracciando di ignoranza e disinformazione tutte le critiche sugli scempi dei petrolieri (per cui lavorano) ma l’immagine del tecnico non gli si addice proprio. Semmai vien loro comodo spacciarsi per esperti al fine di sostenere con termini altisonanti immani violenze sulla terra e le comunità come il fracking o l’estrazione petrolifera. Ridicolo.

    • Giovanni Galgano
      Posted luglio 28, 2015 at 8:03 am

      Le do una notizia, lavoro molto anche per i rinnovabilisti, che spendono anche tanto. Per esempio finanziando siti informativi a senso unico.
      Su questo articolo specifico, e sull’altro, sono intervenuto perché a leggere tante inesattezze si fa fatica a non rispondere.

      Di ridicolo qui c’è l’ideologia con cui affrontate questi temi, caro Alberto T.

  15. Alberto T.
    Posted luglio 28, 2015 at 9:13 am

    In realtà scorrendo i commenti di suoi interventi nel merito non c’è traccia. Solo chiacchiere e diffamazioni a persone che nessuno conosce.

    • Giovanni Galgano
      Posted luglio 28, 2015 at 9:21 am

      Invece i suo interventi sono puntuali nel merito. Dare del “ridicolo” alle persone è chiaramente un approccio scientifico. Dice di mie “Diffamazioni” a Otolani e alla D’Orsogna? Per carità. Ortolani viene citato nel primo articolo del “redattore” come fonte di chi scrive quelle inesattezze, ed è un nume tutelare dei No Triv. Ho detto che è isolato nella comunità scientifica geologica. Sfido tutti a provare il contrario.
      D’Orsogna è una fisica matematica pasionaria dei No Triv che gira l’Italia disseminando informazioni non corrette e non provate. Ho usato un’espressione colorita (cazzara)?. Mi scuso, ma sapesse quante ne usa la suddetta…..Tutto qua.
      A proposito, come fa ad associare il cognome Vecchia al nome Pierluigi?
      Ha poteri divinatori?

  16. Alberto T.
    Posted luglio 28, 2015 at 12:31 pm

    Mi prende per sciocco, egregio Galgano? Si trovano diverse informazioni nel blog di quella che lei chiama una cazzara. Informazioni interessanti e non smentite. Poi basta unire i puntini.

    • Giovanni Galgano
      Posted luglio 28, 2015 at 1:20 pm

      No, ci mancherebbe. Solo un pochino pochino prevenuto.
      Blog della D’ Orsogna e soprattutto le sue presentazioni attendibili? Velo pietoso, egregio T. (puntini puntini, appunto).
      Stia bene e mi saluti Vecchia (se quel Pierluigi di qui sopra è lui, io non ho poteri divinatori come lei).

  17. redattore
    Posted luglio 28, 2015 at 2:54 pm
  18. pierluigi
    Posted luglio 28, 2015 at 5:39 pm

    Caro redattore senza nome, qui http://advances.sciencemag.org/content/1/5/e1500195 può trovare un articolo scientifico che le spiega la questione della sismicità indotta in Oklahoma. Gli autori sono del Dipartimento di geofisica della Stanford University che, dovrebbe saperlo, è fra i primi centri universitari scientifici della California, degli USA, del mondo. Parlano chiaramente di saltwater disposal e in seconda battuta di EOR, che se non lo sa significa Enhanced Oil Recovery. In Oklahoma si tratta di giacimenti in cui il water-cut (percentuale di acqua prodotta) è molto alto, per cui è necessario smaltire l’acqua di formazione reiniettandola nel sottosuolo. Come potrà facilmente verificare confrontando questo articolo con le stesse fonti che lei cita nel suo post qui sopra, stiamo parlando di diversi ordini di grandezza di differenza (in più) rispetto al nostro Cavone sia come estensione dei giacimenti, che come volumi di fluidi estratti e di fluidi re-iniettati. E quindi ogni possibile correlazione fra quanto accaduto in Oklahoma e quanto accaduto in Italia è e sarà sempre scientificamente fuori luogo.

    Sul video che ha postato, peraltro fatto molto bene, dopo le risate e le sacrosante riflessioni sullo stato del pianeta dovremmo anche riflettere su cose del tipo: siamo pronti a fare a meno immediatamente, da domani, ad esempio dell’aspirina quando abbiamo mal di testa o dell’antibiotico quando abbiamo l’influenza? O anche delle protesi cardiache se saremo costretti (mi auguro e le auguro di no) ad averne bisogno? E siamo disposti, lei e io, a vedere ridurre l’aspettativa di vita nostra e dei nostri figli perchè non abbiamo più medicinali a portata di mano? Si o no? Oppure vale che se tutto ciò viene dalla Nigeria o dal Sudan va bene? Oppure che l’abbandono delle fonti fossili deve per forza essere graduale, con una fase di transizione che sarà lunga e dolorosa ma necessaria? Attendo cortesi risposte.

    • Valeria C.
      Posted luglio 28, 2015 at 6:29 pm

      Tradotto per i meno esperti: secondo la Stanford (il cui dipartimento di geofisica non ha nulla in più all’USGS o ad altri 30 nomi almeno) la colpa è dell’industria petrolifera! Ma si noti bene, secondo la Stanford, la colpa non dell’attività di fracking o della cosiddetta “flowback water” della fratturazione, ma dello smaltimento dell’acqua salata tirata su insieme al petrolio e poi reimmessa nel sottosuolo.

      “Eh – obietterà qualcuno – ma si fa sempre così, non dipende dalla tecnologia ma dal sottosuolo, che colpa ne ha un povera società che vuole operare proprio in quella zona? Come avrebbe mai potuto immaginare una cosa simile?”

      Per qualsiasi altro dubbio il meraviglioso paragone con l’aspirina (di cui sopra) toglierà ogni incertezza!

  19. redattore
    Posted luglio 28, 2015 at 6:33 pm

    Grazie per le informazioni. Ritengo che sia una questione eminentemente politica, questa che lei cita sul finale, piuttosto che tecnica. Tecnicizzare il problema non serve ad altro che a sottrarlo dal dibattito pubblico, tanto vituperato dalle visioni di taglio più tecnocratico e verticista.
    Non credo, inoltre, che si stiano indirizzando sufficienti forze verso la transizione, ma penso piuttosto che si sbandieri il miraggio di un futuro low carbon per farci inghiottire l’amara medicina delle fossili in eterno (o quantomeno finché non si esauriscono le risorse o i guadagni degli speculatori), così da favorire interessi corporativi che pesano a livello politico.

  20. Giovanni Galgano
    Posted luglio 28, 2015 at 9:49 pm

    Caro Redattore,così la butta in caciara. Se fa un paragone tecnico improprio lo possiamo capire ma non lo accettiamo. Le unità di misura devono essere condivise.
    Poi: Capisco che siamo su un sito di lobby pro rinnovabili, ma insomma sparare la cartuccia della casalinga di Mirandola sulle strategie energetiche mi pare un po’ eccessivo. Tecnicizzare il problema, come dice lei, significa lasciare la parola a chi sa cosa si deve fare, non sottrarre possibilità di dibattito, che dovrebbe essere fatto tra esperti e non tra tifosi più o meno interessati. E poi mi spieghi, se ne ha voglia, perché i legittimi guadagni dei Rinnovabilisti sono buoni e quelli dei Fossilisti sono bieca speculazione.
    Infine un appello a Pierluigi: è davvero Vecchia, il lobbista che solca il web come il povero Galgano?

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